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Musica

Il Tre

Trovare un posto nel mondo

di Patrizio Ruviglioni
07.04.2021

Essere credibili, non nascondere
le proprie fragilità e riconoscere
l’importanza della famiglia:
parla Il Tre

Tempo di lettura 9”

Il Tre – cioè Guido Senia, classe 1997 da Roma – fa rap, ma non ha molto da spartire col rap italiano. Banalmente, già dal nome: "tre" come i componenti della sua famiglia; lui, la madre e il padre, che ritiene fondamentali nel suo percorso. Dietro a un ciuffo biondo, due ali tatuate sul collo e una faccia da bravo ragazzo, non nasconde un'infanzia «normalissima» lontana dalla strada dei colleghi, anzi fra l'affetto dei genitori e degli amici. E nelle canzoni, con testi fitti e tecnica d'altri tempi, non parla di droga e soldi ma di fragilità, delle difficoltà che ha incontrato in questi anni di gavetta, “battaglie rap”, concerti e scoperta di sé.

Per lui – dice – vivere di musica è un sogno che ha dovuto coltivare e proteggere sin da adolescente. Perché a scuola non è andata bene, ma il riscatto alla lunga è arrivato con le rime. Non a caso, il suo disco d'esordio uscito a febbraio si chiama ALI – Per chi non ha un posto in questo mondo, ed è un inno al "farcela" da parte di un artista che ha iniziato giovanissimo, facendosi notare nei contest già nel 2016, e da lì ha pubblicato singoli (tra cui la trilogia di Cracovia) per un totale di 30 milioni di streaming e rifiutato ogni scorciatoia. Per ritrovarsi, a una settimana dall'uscita dell'album, al primo posto in classifica.

Foto © Roberto Graziano Moro

Faccio rap e ho una famiglia con cui mi trovo bene; perché non dovrei dirlo?

Il Tre

Ma per te che vieni da una serie infinita di singoli, un disco serviva davvero?
Avevo un po' d'ansia, non lo nego. Ho pubblicato parecchi singoli, ma un album è diverso, ha tante sfaccettature. Ed è più importante, come passaggio. Purtroppo oggi i dischi hanno vita breve. Mi spiace, però. Perché la canzone è un biglietto da visita, loro invece dicono dice chi sei. Nel dubbio ho provato a fregarmene, delle regole del mercato, producendo un lavoro abbastanza "pesante" per durata e contenuti. Non volevo sparisse dopo due settimane, ecco.

Tant'è che contiene quindici tracce.
La musica si consuma talmente veloce, oggi, che quindici tracce sono un rischio. Ma me lo sono preso volentieri.

E il disco è finito primo in classifica.
Ci speravamo, ma non ci credevamo più di tanto. Per un debutto come il mio era già un traguardo la top five, al massimo il podio.

Quando ho letto i risultati, ho pensato a tutto il lavoro che c'è stato dietro. Che poi è il vero motivo per cui io e il mio team siamo dove siamo.

A proposito: sei stato ospite ad Amici, e il tuo manager ha scritto che è stata un po' la chiusura di un cerchio. Perché?
Dopo Cracovia, pt. 2 (2018, nda) mi volevano come concorrente ai talent: tramite terzi mi avevano proposto di lanciare lì la carriera, che in quel momento aveva iniziato a vedere i primi numeri. Ci ho pensato, prima di dire di "no": è comunque una grande vetrina, il salto è importante. Solo gli stupidi decidono senza valutare. Però, davanti a un'offerta del genere, devi capire come reagisci lì dentro.

Che paure avevi?
Con un talent raggiungi un'esposizione mediatica talmente alta da rischiare che dopo le attenzioni nei tuoi confronti vadano solo in calo. E, in generale, per uno come me gli aspetti negativi erano più di quelli positivi. Tengo troppo al mio lavoro per rischiarlo così. Non me lo potevo permettere.

È per questo che nel tuo percorso non hai mai preso scorciatoie?
Sono convinto di me e di quello che faccio. Non ho mai pensato di buttarmi su un talent come se non avessi nulla da perdere.

Faccio tutte le tappe della gavetta, non salto nulla.

Per questo tornare ad Amici da ospite è stata una grande soddisfazione, anche simbolica.

Parliamo dei tuoi genitori. Del resto, ti chiami così anche perché siete "in tre".
Sono legatissimo a loro, non mi vergogno a dirlo. Purtroppo pare che uno debba nascondere di essere così: devi venire dalla strada, devi essere un duro e il resto. Per me è il contrario: sono fiero di loro, sono fiero di quello che siamo. Faccio rap e ho una famiglia con cui mi trovo bene; perché non dovrei dirlo?

Quando gli hai detto che volevi fare rap?
Verso i quindici anni hanno cominciato a capire che ci fosse qualcosa dentro di me che premeva per uscire. All'inizio rischiavano di essere un ostacolo: quando tuo figlio dice che vuole fare il rapper, non è facile; ma poi devi essere contento che lui trovi la sua strada, a prescindere. E loro sono persone molto intelligenti.

Tra l'altro, gli hai dedicato anche dei tatuaggi.
Ho un faro, che rappresenta mio padre: ti rimette in carreggiata nei momenti difficili, ti fa luce. Mia madre, invece, è rappresentata sulla spala con una donna e dei fiori: più bello dei fiori, al mondo, non c'è niente. Dietro al collo ho una farfalla, che indica la mia voglia di "volare", qualsiasi cosa succeda. Anche se la vita è breve, vale la pena provarci.

Hai iniziato a pensare di vivere con la musica a scuola?
Dieci anni fa, quando ho esternato il sogno di fare il rapper, il mondo non era così: ora sono tutti tik-toker, rapper, youtuber; prima era un'ambizione singolare, doveva ancora prendere piede del tutto. E a scuola non sono stato incoraggiato. Ma allo stesso Eminem, quando ha cominciato, non so in quanti abbiano detto che ce l'avrebbe fatta. Figurati, allora, con me. Credo sia nell'indole delle persone, "gufare". I pochi amici della vita e i tuoi genitori faranno sempre il tifo per te, gli altri no. Penso per invidia. Perché il tuo sogno implica il successo, e il successo una vita facile.

La gente "gufa" la Juventus quando vince, piuttosto che pensare alla propria squadra; ti pare che non lo fa con chi conosce di vista?

A scuola non ti sei trovato bene anche per questo, immagino.
Vedevo i compagni solo come tali, non come amici. Che invece, per me, sono le persone con cui sono cresciuto. Non ho mai fatto gite. Non studiavo, non mi interessava. Sono anche stato bocciato, figurati. Ma perché ero estraneo, non perché facessi casino o chissà che.

intervista a Il Tre

Dietro al collo
ho una farfalla,
che indica la mia
voglia di "volare", qualsiasi cosa succeda.

Il Tre

Hai detto che quando hai iniziato a rappare eri una "pippa" consapevole. L'impegno che non hai messo a scuola è andato tutto nelle rime, quindi.
Senza talento non vai da nessuna parte. Però, sì, è servito l'allenamento. Ti deve scattare una scintilla dentro, non devi pensare ad altro che al tuo obiettivo.

Quando ero scarso, non avevo la scintilla.

Facevo il rapper tanto per, mi piaceva l'immagine. Poi nel 2015 ho visto Straight Outta Compton, il film sugli NWA, e ne sono rimasto folgorato. Vedere questi tipi che cantavano, con un obiettivo... mi ha cambiato la vita. E ha cambiato il mio approccio al lavoro. Dovevo smetterla di fare il buffone, passare ai fatti. Quindi ho chiesto a mio padre, per compleanno, un computer. Per ascoltare musica, scrivere, produrre le prime basi.

E poi?
Tutti i giorni mi mettevo in cameretta: scrivevo, buttavo giù idee. L'impegno è fondamentale, non diventi famoso per caso. O meglio: oggi forse sì, ma se non sai nemmeno tu perché lo sei diventato, duri poco. Invece a me, se chiedono perché sono diventato famoso, so rispondere.

Perché?
Perché mi sono impegnato, tanto. Perché sono "forte". E perché ci ho creduto. La fortuna non c'entra.

Hai mai smesso di crederci?
Sì, come è normale che sia. Quando non vedi risultati, piangi e vuoi smettere. Poi però capisci che non è tutto così immediato da misurare: dietro un "farcela" ci sono anni di lavoro, ci sei tu e la tua lenta crescita mentale; ci sono le persone che ti prendono in giro, che ti spingono a mettere in dubbio te stesso; e c'è il trasformare le cose negative in positive. Per me, quando mi applico è una questione di principio. Se per esempio mi sfidi a tennis e mi batti, io sono il tipo che poi si allena finché non ha la sua rivincita. Devo riuscire.

Poi, credo, la chiave sia trovare la propria voce. La tua sta nel non nascondere le fragilità.
Mi sono guardato allo specchio, e mi sono detto: ok, di che devo parlare? La strada non è nel mio background. La droga, nemmeno. Le "puttane", neanche. I soldi... non lo so, ostentarli non mi dice niente. Sono stato male nella vita per quello che mi hanno detto, per esempio che non valessi niente. Non che siano chissà che drammi, ma quando parli a un ragazzino di quattordici anni devi starci attento comunque. Sono ripartito da lì. E ho voluto trasformare tutto ciò in un messaggio positivo.

E ti sei mai sentito a disagio nel farlo? Nel senso: un racconto del genere non è pertinente alla classica retorica del rap italiano.
Vero, ma l'essere diverso mi è sempre piaciuto. E fa in modo che la gente si riveda in me. In un ambiente in cui tutti parlano di quanto sono fighi, ricchi o forti, io racconto le fragilità. Racconto le nottate passate a piangere perché non mi accettavo, perché non ero contento di quello che fossi.

Parafrasando il sottotitolo del disco: trovare il proprio posto nel mondo, quindi, significa accettarsi?
Anche, sì: capire chi sei, chi vuoi essere, chi vuoi diventare. È un processo lungo anni. Io mi sono fissato su questo, e ce l'ho fatta bene. Anche se, ovviamente, ho ancora tantissima strada da fare. E, soprattutto, non è detto che se ti impegni a diventare qualcosa ce la fai in ogni caso.

E in quel caso?
In quel caso, ci hai provato. Sempre meglio che stare con le mani in mano.

Ci sono altre chiavi di lettura al “trovare un posto nel mondo”?
Capire che vuoi fare da grande: un lavoro ordinario, un lavoro più particolare, altro. Molti magari hanno una passione e non sanno che quella stessa passione potrebbe portargli dei soldi.

In Farfalla racconti di come, per crescere, abbia partecipato a molte "battaglie rap". Come le vivevi?
Come una guerra. Se oggi sono convinto di saper rappare, lo devo a quei momenti. Sono stati l'equivalente della strada che non ho mai vissuto. Perché in quelle serate incontravo chi l'aveva vissuta davvero, la strada. Io ho avuto un'infanzia normalissima, e dovevo sfidarmi con chi invece aveva alle spalle situazioni complicate. Massimo rispetto per loro, eh. Ma l'unico modo per dimostrarmi valido era batterli lì, sul palco.

Una vita difficile non ti rende automaticamente più bravo a fare rap rispetto a me.

Come si diventa credibili?
Se vieni dalla strada e hai talento, il grosso è fatto. Lo ammetto, sono partito svantaggiato. Ma non potevo certo rimpiangere di non provenire da lì. La soluzione è dimostrare che a rappare non ce n'è comunque per nessuno, anche se vengo da un'infanzia tranquilla. In Italia è così: o sei forte, o sei imbruttito.

I feat. del disco, in questo senso, hanno un valore simbolico? C'è Emis Killa, per dire, che viene da un background molto diverso dal tuo.
Sono artisti che stimo, con cui sono cresciuto. Averli nel disco significa che la stima è reciproca. Non penso che tutti possano fare un pezzo con Emis Killa, ecco. Ma penso che lui mi rispetti, se ha cantato con me. Ed è la cosa più bella.

Ne L'importante ti chiedi cosa conta davvero nella vita. Appunto, cosa?

Trarre il bello da ogni situazione. Ma non è facile: quando va tutto male, e capita, è dura pensarlo. L'importante è trovare uno spiraglio di luce anche nei momenti più difficili. Il mio è stato iniziare a fare musica "per davvero".

Te lo prometto: che hai promesso a te stesso?
Di rimanere il Guido che tutti conoscono; con o senza successo.

Hai paura di cambiare?
Onestamente, sì. Per voci: molti mi mettono in guardia rispetto ai soldi e al successo, dicendomi che ti fanno montare presto la testa. Io, per ora, non mi sento cambiato. Rimango coi piedi per terra.

Come fai?
Frequentando posti e persone di sempre. "Successo" non è spendere cinquecento euro al ristorante perché fa figo. Io continuo ad andare al McDonald's coi miei amici. Poi, ripeto, non ho concluso nulla. Il percorso è lunghissimo. E "successo", per ora, significa solo sentirmi un po' più realizzato.

Non credi che questo possa rovinarti l'ispirazione?
La spensieratezza con cui scrivevo prima se ne è andata, non lo nego. Ma ci sono nuove pressioni, ora che il rap è un lavoro. La consapevolezza di avere un'etichetta e tante persone che hanno puntato su di te, per esempio.

Hai un bel rapporto coi tuoi fan, ti vedono come un amico. E molti sono giovanissimi...
Alcuni sono coetanei, altri anche più piccoli. Sì.

Ecco, che gli insegna la tua storia?

Alcuni mi ritengono un "idolo", ma con le canzoni scoprono che anche il loro idolo piange, ha paura. Perché è normale, così.

A vent'anni, temi di non essere "giusto", di non riuscire a realizzarti. Ma si affrontano, queste paure. Alle brutte, ripeto, fallisci.

Diventando famosi, il fallimento fa più rumore.
E io ci penso, eccome. Ma se dovessi fallire in futuro, come artista, lo accetterò. E ripartirò.

Qui prima del milione!

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