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Musica

CERI

Musica al tramonto

di Chiara Longo
11.01.2021

Da Coez a Mahmood
passando per Franco126
fino a Frah Quintale:
Ceri, uno dei produttori
più iconici e ricercati
della scena italiana.

Tempo di lettura 11”

Ceri, al secolo Stefano Ceri, è uno dei producer che ha definito il suono degli anni ’20 tramite i suoi lavori con Mahmood, Coez, Frah Quintale e tanti altri artisti che rappresentano tutto il nuovo, fresco ed elettrizzante della musica italiana. I suoi interessi musicali sono variegati, e si sono formati in famiglia e in accademia, fino a sfociare nelle produzioni che stanno facendo ballare e cantare tutta Italia. Recentemente ha pubblicato anche un EP solista, a cui si aggiungerà a breve un secondo capitolo, anticipato dall’ultimo singolo Happysad feat. Franco126, un brano che riprende la melodia di un classico della musica italiana, Attenti al lupo di Lucio Dalla e Ron. Ci ha raccontato dell’importanza di lavorare insieme e di come questo aiuti a evolversi non solo come musicisti ma anche come esseri umani. 

Foto © Gabriella Corrado / LUZ

Saper scrivere musica è un altro paio di maniche.

Ceri

Quando ho ascoltato Happysad, non ho potuto non pensare al fatto che da piccola avessi una vera e propria ossessione per Attenti al lupo, mia madre aveva il vinile di Cambio e le chiedevo di suonarlo tantissime volte al giorno. Qual era la tua canzone preferita da piccolo?
Non me ne viene in mente una soltanto, andavo a periodi.  Però era più facile ossessionarsi con una sola cosa, perché i dischi e cd che potevi avere erano sempre in numero limitato. La mia prima ossessione musicale è stato il primo disco rap che mi sono fatto comprare da mia madre, The W dei Wu-Tang Clan. L’ho ascoltato per due anni di fila perché non avevo altri dischi, ne conosco ogni minimo angolo, anche le tracce che non mi piacevano e saltavo sempre. Un altro disco importante per me è stato The Eminem Show.

Questi album sono arrivati in quella fase della vita in cui devi decidere cosa vuoi fare da grande. Per non essere più bambino devi decidere a che tribù appartenere, e io avevo deciso di appartenere a quella delle braghe larghe.

Questo modo di fruire della musica forse oggi si è un po’ perso
Sicuramente, ma non c’è un lato positivo o uno negativo, dipende da come si utilizzano i mezzi a disposizione. Di sicuro io sono stato limitato per 2 anni sentendo solo un disco e quindi non ho potuto conoscere altra musica, però ho approfondito un sacco una cosa che mi ha segnato nel processo successivo.

Tornando a Happysad, possiamo sapere cosa ti ha detto Ron quando gli hai presentato l’idea?
Franco126 ha scritto a Ron su Instagram e lui non l’ha letto, allora con una mossa da boomer gli abbiamo scritto all’indirizzo e-mail che ha in descrizione sulle pagine social, che era quella del booking. Da lì Ron ci ha risposto e ci ha scritto esattamente: “Ciao Franco, piacere di conoscerti, ho ascoltato il brano Happysad e mi è piaciuto molto, mi sembra un’ottima interpretazione, mondo e sonorità interessanti, nuovo, se posso dire, rispetto a tante cose che escono. Quindi per me ok”. Poi ha chiesto a Franco di inviargli il testo completo perché non era riuscito a capire tutte le parole. Insomma è stato molto gentile.

Lucio Dalla, Ron e i cantautori di quella generazione mi fanno pensare alla mia infanzia e alla musica che si ascoltava in casa mia. Tu con che musica sei cresciuto?
La musica è sempre stata molto presente in casa mia perché avevamo il pianoforte della nonna e ho iniziato a fare musica suonando quel piano. Un ricordo bellissimo è quando ascoltavamo le cassette del Coro della SAT, di cui mio zio è stato il cantante solista fino a metà degli anni ’80. Mio padre ascoltava pochissima musica italiana, solo il prog, per il resto era un fan di Led Zeppelin, Jethro Tull, Genesis, Deep Purple, Jimi Hendrix. Oltre a quello mi faceva ascoltare il jazz di Chick Corea, Herbie Hancock, Duke Ellington, e poi la musica classica. In un certo senso tutta musica impegnata. Mia madre invece ascoltava tanta musica italiana, quindi Guccini, De Gregori, Dalla, Battisti e Battiato, e tutti i cantautori della tradizione.

Tramite mia cugina che mi faceva da bambinaia, ascoltavo di nascosto gli 883 perché mio padre li considerava immondizia. Mio nonno ascoltava Modugno, quindi la mia formazione pre-adolescenziale è stata variegata.

In tutto questo non c’era però la musica black, che è quella che mi piace di più ascoltare: il soul, il funk, la disco, il rap. Li ho scoperti dopo tramite il rap.

Quando ho imparato a fare i primi beat mi è stato detto che dovevo comprare solo vinili soul dal 1970 al 1979 e non oltre, altrimenti facevi schifo.

Quindi c’è un codice deontologico tra i producer del rap
Sì, però quello era il codice dei producer strettamente hip hop duri e puri, che usavano solo batterie campionate da dischi che si erano comprati da soli, che avevano cercato nei mercatini. Tutto doveva venire dal sudore e della fatica. Come scuola di formazione è stata perfetta. In quei primi anni se il rullante che campionavo non veniva da un disco che avevo comprato io, ero un sucker.

Nella tua musica sento anche tanta vicinanza al mondo del clubbing, è corretto?
Esatto, quello è venuto dopo perché durante l’adolescenza il club era nemico per noi che facevamo rap, la house era un mondo distante, quindi fino ai 18 anni non sapevo neanche che cosa fosse.

Poi mi sono aperto, questa scuola di pensiero così elitaria dell’hip hop da una parte mi ha insegnato un metodo, ma quando ho capito che la house viene dallo stesso posto del rap ha iniziato a starmi stretta.

Quando ho sentito la prima volta i Crookers ho capito che non erano così incompatibili. A quel punto, dopo una serie di sfortunati concerti, avevo quasi mollato il rap, e ho iniziato con i miei amici a fare fidget house, e mi è servito dopo per contaminare il rap per Rap’n bass, che era un progetto di elettronica con sopra il rappato, che ora non sembra niente di originale ma 10 anni fa non era così comune. Avevamo trovato molti ostacoli all’inizio perché i puristi ci dicevano che non si poteva fare. La musica da club quindi è stata l’ultimo step insieme alla musica contemporanea elettronica pura, che ho scoperto quando ho fatto il conservatorio di musica elettronica a Padova. Lì ho fatto 3 anni immerso in queste cose di cui è difficilissimo capire il senso.

Vedo che hai un background molto variegato e anche colto, ma ho l’impressione che spesso il pubblico non colga la fatica e la preparazione necessaria per produrre una traccia di musica elettronica, quasi che il non farlo con degli “strumenti veri” non abbia lo stesso valore
Secondo me il punto è che c’è ancora molto da dimostrare.

Prendi la trap: si muove così velocemente che ogni anno c’è un fenomeno nuovo, e quindi chi azzecca la formula dell’anno vive il suo periodo di notorietà. La vera bravura è sapere uscire da quella formula.

Ci sono molti produttori trap che adesso sono in auge però devono ancora dimostrare di essere dei produttori e non dei beatmaker, perché saper scrivere musica è un altro paio di maniche. Per tutti noi che stiamo facendo musica adesso, i conti si faranno dopo. Si può fare un confronto azzardato con i grandi compositori del passato: per scrivere una sinfonia ce ne vuole. Quelli erano dei geni.

Magari se fosse nato oggi Beethoven avrebbe fatto dell’ottimo pop, perché la capacità di sintesi che richiede il pop non è banale, richiede uno sforzo mentale.

Un album è una specie di sinfonia perché è un’opera che dura un tot e dovrebbe avere un senso se la ascolti dall’inizio alla fine. 

Il tuo primo EP si chiama Solo, mentre per quello nuovo hai parlato di “capitolo dell’insieme”. Perché?
Come si può vedere dai pezzi che sono usciti, Buio sereno e Happysad, non sto più lavorando da solo. Entrambe le situazioni sono palestre per la situazione opposta, quindi stai da solo per stare con gli altri e stai con gli altri per allenarti a stare da solo. Dopo un periodo di isolamento, sentivo il bisogno di fare cose con gli altri. Il che comporta dei sacrifici in più perché devi trovare dei compromessi, ma il risultato è enorme, non solo musicalmente: dallo scambio reciproco ne esci più forte, puoi affrontare nuove sfide con delle conoscenze in più.

Questo è importante e andrebbe ribadito il più spesso possibile, perché mi sembra che la tendenza a isolarsi nelle idee vada per la maggiore e stia prendendo il sopravvento rispetto all’idea di comunità, coesione ed empatia.

intervista a Ceri

Io odio il pomeriggio, se mi dicessero di esprimere un desiderio, farei sparire il pomeriggio.
Invece la sera, quando c’è quella transizione, mi rilasso e viene fuori tutto..

Ceri

Immagino che per te sia importante fare parte di una factory come Undamento. So che amate definirvi una famiglia. Cosa ti ha insegnato come musicista e come essere umano?
Tutto. Senza Undamento non esisterei, è stato fondamentale soprattutto nei momenti difficili. Quando abbiamo iniziato pensavamo di non fermarci mai, poi arrivano sempre i momenti in cui ti dici che se entro 6 mesi non cambia qualcosa si chiude. Quando riesci a superare quei momenti è una palestra di vita mica da ridere, e li superi imparando a fare le cose con gli altri, non c’è nulla da fare. Quando abbiamo capito come lavorare insieme sono successe le cose.

La figura di quello che ce la fa da solo secondo me non è così bella come immagine, ce la fai perché ci sono gli altri che magari non si vedono ma ci sono, e Undamento è questo.

Scrivendo le canzoni che hai anche cantato, hai notato dei cambiamenti nel tuo modo di approcciarti alla composizione?
Non ho un metodo standard per approcciarmi alla composizione. La differenza quando ho prodotto le mie canzoni è stata che dovevo trovare un suono adatto a me, e questa è una ricerca che arriva da lontano, ma non ho dovuto cambiare niente in quanto tutto cambia sempre. Se io faccio un pezzo con Frah Quintale o con Franco126 uso due approcci diversi ed è anche difficile con la testa adattarsi alle varie situazioni, bisogna essere flessibili con gli altri e con se stessi. La difficoltà è che non ho a mia volta un produttore che mi dica cosa va bene e cosa no. Per esempio per Bimba mia avevo 7 strumentali diverse, poi quando è arrivata quella giusta l’ho “sentita”.

Come ti sei sentito la prima volta che hai raggiunto il disco di platino?
Sinceramente? Non per sminuire la cosa, ma non ho mai appeso un disco alla mia parete. È un traguardo, sono contento, però non è una cosa che bramo o voglio esporre, i riconoscimenti sono altri. I numeri vanno benissimo e ti permettono di lavorare, ma non è una cosa a cui penso.

E quale è il riconoscimento di cui hai bisogno?
Di sicuro suonare davanti al pubblico, fare un locale come l’Alcatraz di Milano sold out è stato emozionante. L’altro riconoscimento che per me è importante è vedere i miei amici che mi dicono di essere stati colpiti da un mio pezzo.

Nelle mie canzoni parlo molto dei miei amici, e quando gliele faccio sentire e vedo che ne restano colpiti è una botta pazzesca. Anche riuscire a fare musica che non faccia imbarazzare i miei genitori è un bel traguardo.

Quando facevo rap mi vergognavo di farmi vedere dai miei genitori, adesso invece faccio musica che posso mostrare con orgoglio. A mia madre piacciono tanto i miei pezzi, penso che se li ascolti sempre.

Adesso nominerò alcuni brani per cui hai lavorato come produttore e vorrei che mi raccontassi il primo ricordo che ti viene in mente su quella canzone, oppure qualcosa che pensi di aver imparato lavorando con quell’artista.

Mai figlio unico (Mahmood)

Prima di Mai figlio unico avevo lavorato con Mahmood a Gioventù bruciata. Per Mai figlio unico avevo una strumentale già pronta che andava bene per lui. Mi aveva colpito molto come lui fosse un lavoratore serissimo, si vedeva che era molto bravo, con un’attitudine al lavoro che l’ha aiutato tanto, però era difficile pensare all’exploit che c’è stato dopo. Vederlo fare questo salto pazzesco è stato importante per tutti, perché la sua è una proposta nuova, fresca e trainante. Quella di Mahmood è una bella storia perché l’applicazione, la serietà, poi vengono premiate.

Quando abbiamo chiuso Mai Figlio unico mi ha fatto sentire Soldi, e io gli ho detto che quella canzone era bellissima ma sarebbe arrivato ultimo. La sera che ha vinto Sanremo l’ho saputo da Instagram e non ci potevo credere.

Inoltre è un performer incredibile e una persona molto umile. L’ho visto restare sotto palco a farsi 200 foto con 200 fan diversi senza battere ciglio, non è una cosa da tutti.

E yo mamma (Coez)
Quel pezzo ha radici antichissime, mi ricorda un bellissimo periodo di quando abbiamo fatto il suo terzo album Niente che non va. Lui era venuto a Trento da me per 5 giorni, si è fidato, ero solo un 24enne trentino che non aveva mai fatto niente prima, e mi ricordo che in quei giorni abbiamo tirato su due pezzi al giorno senza fare vita monacale, alcune cose sono venute fuori alle 7 del mattino ritornando a casa. Abbiamo registrato dei brani in camera mia, coi materassi sulle pareti, che poi sono rimasti nel disco. In quel periodo abbiamo fatto anche E yo mamma, anche se poi è stata messa in Faccio un casino, il disco successivo.

Quel periodo mi è servito tantissimo per capire come si fa un disco. Gliene sarò sempre grato. 

Abbiamo registrato il Wurlitzer suonato da Patrick Benifei (Casino Royale e Bluebeaters) alle Officine meccaniche di Milano, che è lo studio dove registrava anche la PFM. Anche quella è stata una giornata bellissima. Ci sono delle foto di me che do indicazioni a Patrick sulle dinamiche come un direttore d’orchestra. E ovviamente mia madre adora quel pezzo.

Due ali (Frah Quintale)
Magari lo dico perché è una delle più recenti, ma è uno dei beat di cui sono più fiero tra quelli che ho fatto, perché c’è un equilibrio strano di tutte le cose. Se lo analizzi ha una struttura insolita, con tanti cambi armonici, però scorre tantissimo, il ritornello è lunghissimo ma ti prende. È bello quando trovi questi equilibri tra le cose non complesse ma elaborate, che però risultano semplici. Non era stato scritto pensando a un singolo, ma poi lo è diventato per acclamazione.

Infine cito un tuo brano, Buio sereno feat. See Maw
La caratteristica comune di tutte le mie canzoni è che hanno almeno 1 o 2 anni di vita, e questa anche. Avevo scritto solo il ritornello e non sapevo come andare avanti. Qui torna il discorso dell’importanza del fare le cose insieme. Quando non so come andare avanti mi serve qualcuno che mi dia una mano. Sulle batterie quindi mi ero portato avanti con Fra Crookers che ci aveva messo le sue, e poi sul resto delle parole mi ha aiutato See Maw, una “young leva”, molto vicino al mio modo di fare musica. Siamo stati in studio, gli ho spiegato cosa avevo in mente e lui ha interpretato alla sua maniera. Anche questo brano ha una sonorità che mi rappresenta molto, soprattutto i colori, anche nelle grafiche. Blu scuro, verde smeraldo, i colori della magic hour, il momento del buio sereno.

Infatti ho notato che nelle tue canzoni, sia a livello di atmosfera che di riferimenti nei testi, ritorna spesso il momento del tramonto, del calare della sera. Come mai?
Non è una cosa ricercata, secondo me viene fuori perché è il momento in cui mi vengono tutte le idee.

Io odio il pomeriggio, se mi dicessero di esprimere un desiderio, farei sparire il pomeriggio. Invece la sera, quando c’è quella transizione, mi rilasso e viene fuori tutto.

Non so se c’è una spiegazione scientifica o psicologica, però è il mio momento preferito della giornata. E poi i tramonti d’estate sono pazzeschi, ovunque tu sia. Pensa che forza, è una cosa che vedi tutti i giorni e tutti i giorni è incredibile.

Il tramonto è eterno.

Qui prima del milione!

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