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Sport

Violenze nello sport

Impunità di gregge

di Giulia Arturi
30.04.2021

Linguaggio violento, sfruttamento
e abusi sessuali, Daniela Simonetti
racconta l’altro lato dello sport

Tempo di lettura 11”

Illustrazione © Walter Petrone

Larry Nassar, medico della Nazionale americana di ginnastica artistica, ha abusato sessualmente di centinaia di bambine e ragazze atlete, ed è stato condannato cumulativamente a oltre 200 anni di carcere. 
Football Darkest Secret è un documentario prodotto dalla BBC, in onda proprio in queste settimane, sugli abusi sessuali nel mondo del calcio inglese. Il caso è esploso nel 2016, quando Andy Woodward ha deciso di denunciare le violenze subite negli anni ‘80. È stato il primo a farlo: “Sono sicuro che dopo di me ne usciranno altre centinaia”, aveva previsto, e così è stato. Nella prima settimana dopo le sue dichiarazioni sono arrivate più di 800 chiamate alla linea di emergenza creata dalla NSPCC (The National Society for the Prevention of Cruelty to Children) e dalla FA (English Football Association).

Due casi emblematici, sconvolgenti. Ce ne sono molti altri. Centinaia di vittime. Nel migliore dei casi istituzioni inermi e inadeguate, ma spesso anche complici e omertose. Il problema degli abusi nel mondo dello sport non riguarda solo il passato o altri mondi, ma è purtroppo una realtà anche nel nostro Paese. Ce lo racconta Daniela Simonetti, giornalista dell’ANSA, nel suo libro “Impunità di gregge” (2021, Chiarelettere). È il primo del genere in Italia e sta riscuotendo grande interesse da parte del pubblico e degli addetti ai lavori. Si tratta di un’inchiesta dettagliata, inquietante, che racconta molti casi accertati di abusi sessuali e che mette il nostro sistema sport di fronte alle sue gravi mancanze. 

Simonetti è anche la presidente dell'associazione ChangeTheGame, già diventata punto di riferimento su queste tematiche in Italia.

Secondo i dati della
Procura Generale del CONI
dal 2014 al 2019 i casi censiti
sono una novantina. Il rapporto
tra casi denunciati e casi sommersi è 35 su 100, è quindi solo la punta dell’iceberg:
è presumibile che ci siano 400 casi. Senza agire il rischio è che diventi un fenomeno di sistema.

Daniela Simonetti

Com’è nata la sua attenzione a questo tema?
Da bambina ho praticato sport ed è stata una passione immensa. Non ero tanto brava, ma passavo notti in bianco a vedere le Olimpiadi, era un momento magico. Ho poi intrapreso la carriera di giornalista e dopo il Mondiale in Sud Africa sono passata alla redazione sportiva e lì sono inciampata in un sistema che mi ha scioccata.

Ho conosciuto alcune donne che avevano subito da giovani abusi sessuali e ho iniziato a fare delle domande in giro. “E vabbè ma lo sanno tutti”, mi sentivo dire.

Nessuno dice niente, mi chiedevo io? “Ma che vuoi fare, l’infame?”, mi sono sentita rispondere. Ho trovato un sistema bloccato, dove nessuno era tutelato. Ho iniziato a pensare cosa si potesse fare. O, come quasi tutti ti giravi dall’altra parte, oppure iniziavi a pensare ad una strategia d’urto. Insieme ad altre persone, come Alessandra Marzali e un magistrato del tribunale di Milano, abbiamo iniziato la nostra indagine, scoprendo cose terribili.

Cosa iniziava a saltare fuori?
Un presidente di Federazione mi disse che era un problema di sistema. Nel 2018 abbiamo aperto una pagina Facebook, e sono arrivate tantissime denunce. Una volta accertata la veridicità abbiamo iniziato a pubblicarle in forma anonima. Non era difficile farlo, avevamo documentazioni. Contestualmente abbiamo anche scoperto che i collaboratori sportivi sono esentati dal presentare i certificati penali e dei carichi pendenti. Ci siamo trovati subito davanti a un muro: gente condannata con sentenze passate in giudicato, anche per reati sessuali su minori, che continuava a lavorare come se nulla fosse. Le Federazioni non sembravano interessate a eliminare queste persone: alcune di loro portavano dei voti, erano funzionali ad un sistema di potere.

Nel suo libro, pagina dopo pagina, risulta evidente che c’è un problema di omertà. Si è fatta un’idea del perché se ne parli così poco?
L’omertà deriva da un malinteso senso di reputazione e dalla paura di essere accomunati alla pedofilia, come nel sistema clericale, e di allontanare di conseguenza i tesserati. Noi abbiamo cercato di ribaltare completamente questo discorso: chi combatte questo problema otterrà più fiducia da parte dei suoi tesserati, che si sentiranno più tutelati.

Ma non solo se ne parla poco: chi ha denunciato è stato spesso preso di mira per demolire le sue testimonianze.

Era molto difficile anche recarsi in una procura federale perché sono legate alle federazioni stesse. Un cortocircuito. Quello sportivo è un processo sbilanciato verso l’incolpato, non verso la vittima che viene massacrata sia durante gli interrogatori, spesso condotti da chi ha poca esperienza nella gestione di temi così delicati, sia dall’entourage di chi si macchia dell’abuso. Noi non vogliamo niente che non sia giustizia e verità, il resto seguirà.

La figura dell’allenatore è centrale anche da questo punto di vista.
L’allenatore ha un ruolo di autorevolezza al quale diamo tutta la nostra fiducia, attraverso di lui passano i nostri sogni. In questo ruolo c’è la “legittimazione” dell’abuso. Nel libro ho voluto raccogliere alcune piccole pillole dei bambini. Uno di questi dice così: “Io ero inerme, non so perché non riuscivo a muovermi”. La figura ci impone quasi una incapacità a ribellarsi. L’allenatore è una figura a cui il minore viene affidato per tutela e cura: e ricordo che in quest’ultimo caso per la legge italiana qualsiasi relazione sessuale di un adulto con chi ha meno di 16 anni è un reato. Il Consiglio di Europa ha promosso una campagna molto bella contro gli abusi nel mondo dello sport: Start to talk.

Nello sport “per i bambini è difficile parlare, gli adulti devono rompere il silenzio”.

I danni a ragazzi e bambini sono difficili da sanare, è quello che la mia esperienza di questi anni mi ha insegnato. Gli uomini e le donne di oggi, che hanno subito in passato violenze e abusi, ne pagano le pesanti conseguenze. “Io non posso sentire pronunciare questo nome, vomito tutte le notti, non dormo e ho ancora problemi”, è la testimonianza di una delle ragazze con cui ho parlato.

Come reagisce il mondo delle istituzioni sportive al problema?
Il Ministero dello Sport francese ha istituito una commissione d’inchiesta, la Federcalcio internazionale sta creando un’organizzazione mondiale contro gli abusi nello sport. Il fenomeno è talmente vasto che rischia di far deragliare il mondo sportivo, come abbiamo visto in America. La situazione è molto ingarbugliata, i codici etici non servono a nulla, non hanno impianto sanzionatorio, in pratica stanno lì come una foglia di fico. Io sono molto realista, però ho anche una mia ricetta.

Qual è?
Intanto iniziare con il chiedere i certificati penali ai collaboratori sportivi.

La seconda cosa da fare è istituire un pool di persone competenti: magistrati, avvocati che hanno esperienza con i minori perché affianchino le procure federali o che addirittura le esautorino per quanto riguarda questo tipo di illecito e creino una linea diretta con le procure ordinarie. Servono persone esperte del tema, che siano preparate a trattare con i minori; tutta questa materia va riorganizzata in modo sensato, con intelligenza ma soprattutto con delicatezza. Va inserito l’illecito disciplinare che al momento è assente. In nessuna federazione, tranne la Federazione arrampicata sportiva, sono state tipizzate la violenza su minore e la violenza sessuale. Quindi non c’è un collegamento diretto con la radiazione. Inoltre, chi è radiato da una federazione può riciclarsi in un’altra.

Noi chiediamo che almeno chi è radiato per violenza sessuale su minore non si possa ricollocare in nessun’altra federazione. Questa richiesta mi sembra una dimostrazione di civiltà.

Manca proprio una cultura sportiva.
L’assetto sportivo è diventato un mondo di potere, un feudo, una contea e penetrarla, bucarla è difficilissimo.

Daniela Simonetti

Ma il CONI e le federazioni si stanno accorgendo della gravità del problema?
Alcune sì altre no. Credo che la Federcalcio sia tra quelle virtuose, sci, baseball e softball anche, e la già citata arrampicata sportiva. Bisogna lavorare sulla formazione obbligatoria di tutti i tecnici che devono capire il loro ruolo e devono sapere come rapportarsi con il minore. Non è più possibile voltarsi dall’altra parte: istituzioni come la FIFA, il Consiglio d’Europa, una serie di federazioni internazionali si sono attivate per vigilare. In Italia voglio citare l’Inter perché è l’unica società di calcio ad adottare un codice antipedofilia. Tra poco ci saranno le Olimpiadi e da parte del CONI non ho sentito una parola nella preparazione alla manifestazione da questo punto di vista, cosa che invece in America stanno facendo. Devo dire che il mio libro è stato accolto con molto interesse e sta vendendo bene. Questo ci fa ben sperare e ha portato nuove denunce e tantissime lettere.

Devianze criminali a parte, esiste anche un problema di approccio ai giovani atleti a partire dal linguaggio? Manca una formazione etico-comportamentale di base per gli istruttori-allenatori?
Sì c’è un problema terribile di linguaggio trasversale a tutti gli sport. Nel libro si parla, con nomi e cognomi, come in tutti gli altri casi citati, della storia di un allenatore di calcio femminile che riguarda proprio l’omofobia e il linguaggio. Ho ricevuto una lettera da parte di una mamma della ginnastica artistica che riferiva di frasi terribili: “maiale, sei grassa…”.

C’è poi una forma di sfruttamento dei minori: turni di allenamento incessanti, incapacità di relazionarsi correttamente, far competere con ossa rotte. Manca il rispetto: ci sono tanti modi di rimproverare, e anche il rimprovero ha un suo galateo che pochi conoscono.

Nessuno va a vedere cosa succede nelle società dilettantistiche, in quelle grandi come nelle piccole. È difficile portare questo tipo di illecito nelle procure perché ha contorni molto vaghi. Chiaramente i corsi di formazione obbligatori dovrebbero includere tutto questo: dal rapporto con il minore a quello che è o non è reato, a quello che si può o non si può fare. I codici di giustizia sportiva andrebbero ricalibrati. Se l’abuso emotivo non è dimostrato, viene archiviato, chi l’ha mosso subisce una querela e se l’accusa non viene provata questo rischio è altissimo.

C’è un problema di regolamenti, di formazione, ma anche di mancanza di una cultura sportiva di base?
Più che di base, manca proprio una cultura sportiva. L’assetto sportivo è diventato un mondo di potere, un feudo, una contea e penetrarla, bucarla è difficilissimo. Per questo ci vuole un movimento di pensiero: il nostro va benissimo e facciamo tutto quanto umanamente possibile, ma devono essere anche i grandi atleti a muoversi assieme a noi.

I genitori sono consapevoli dei rischi cui sono esposti i loro figli? Esercitano un controllo efficace?
Loro non lo immaginano, però devo anche dire che se io donna che lavoro affido mio figlio a un’istituzione, poi è questa che se ne deve occupare. Infatti, una penosissima vicenda nel mondo del rugby giovanile si è chiusa con un risarcimento per “culpa in vigilando”. Da mamma dico che lo sport deve formare uomini e donne in gamba, ma si basa su una cosa: la spontaneità. Non può esistere una forma malata di ambizione, dove i figli vengono spinti contro i loro stessi interessi. Anche noi genitori dobbiamo rispettare i figli e le loro reali inclinazioni, assecondarli se quello che fanno li fa felici, ma essere pronti a intervenire se succede il contrario.

Cosa si augura in un futuro prossimo?
Soprattutto che i grandi campioni ci possano aiutare.

Un movimento degli atleti di élite che ci affianchi anche con delle iniziative rivolte allo sport al suo interno: adesso questi personaggi intervengono molto spesso, ma con azioni tutte rivolte al mondo delle violenze domestiche, quindi fuori da casa loro, invece dobbiamo guardare dentro casa nostra. Che sfidassero i benpensanti e si schierassero dalla parte giusta.

Qui prima del milione!

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