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Sport

Pugilato

Rebecca Nicoli e la scelta di tempo

di Giulia Arturi
23.07.2021

Il pugilato agonistico era vietato
alle donne fino a vent'anni fa. 
Oggi a 21 anni Rebecca Nicoli
vola a Tokyo per la XXXII Olimpiade

Tempo di lettura 10”

Cover © Noriko Hayashi/Panos Pictures
Foto © FPI/Bozzani

Equitazione, tuffi, parkour (percorso a ostacoli urbani, NdR) e infine pugilato. Rebecca Nicoli, pugile, 21 anni, è stata tante cose nella sua carriera sportiva. L’inizio a cavallo, un salto in piscina, la svolta finale in palestra, tra i sacchi. Sempre in movimento, saggiamente incoraggiata da una mamma sportiva, ma senza mai perdere il filo. Un filo che alla fine ha preso la forma di cinque cerchi, quelli dei Giochi Olimpici, il sogno di una vita.

«Mio papà mi ha sempre raccontato questa storia: ero piccola, avevo quattro anni, stavamo guardando le Olimpiadi di Atene. Mentre le seguivamo insieme io dissi: ‘Papà, è questo che io voglio fare da grande’. E ogni volta che qualcuno mi faceva la fatidica domanda ‘cosa vuoi fare da grande’, la mia risposta era inevitabilmente la stessa: andare alle Olimpiadi. Non so neanche esattamente cosa mi avesse così tanto affascinato, ma mi sono innamorata di questa manifestazione».

Il sogno l’ha realizzato: Rebecca è la quarta pugile che rappresenterà l’Italia della boxe alle Olimpiadi di Tokyo. Ha conquistato l’ultimo pass utile a giugno a Parigi, nella categoria 60 kg, battendo nello spareggio la greca Nikoleta Pita.

«Il match di qualificazione era la mia ultima possibilità per andare alle Olimpiadi, l’ansia poteva ricoprire ogni cosa. Di solito sono piuttosto fredda, non soffro nell’attesa della gara. Certo a Parigi la posta in palio era alta, e l’idea di veder sfumare un sogno durato quattro anni era difficile da sopportare. E poi pensavo al rientro a casa, alle spiegazioni da dare a quanti mi avrebbero chiesto i motivi della sconfitta. Quindi mi sono imposta di non pensare a nulla, solo a combattere e cercare di vincere».

Foto © FPI / Bozzani

Facciamo un passo indietro. Hai iniziato con l’equitazione, poi sei passata ai tuffi. Ci racconti il tuo originale percorso sportivo?
È sempre stata mia mamma a spingermi a provare i vari sport. Lei non li ha praticati, ma è sempre stata molto appassionata. C’era un maneggio vicino al campeggio dei miei nonni dove andavamo, nei pressi di Genova. Un giorno mi hanno fatto provare ed è nata una passione di famiglia. Mi sono sempre cimentata in tante discipline, anche quelle più strane. Facevo parkour e tuffi contemporaneamente. Guardando le Olimpiadi del 2016 me ne ero innamorata follemente. Quando andavo in piscina d’estate ad Acqui Terme, c’erano i trampolini, e puoi immaginarti: provavo di tutto! Mi piaceva un po’ l’idea di essere spericolata.

Fino ai 16 anni quindi il pugilato non era neanche tra i tuoi pensieri. Come ci sei arrivata?
Quando ci siamo trasferiti da Milano a Pavia, per me è stato impossibile proseguire in piscina. Poi in quel periodo ero un po’ in carne ed ero finita a fare le diete più assurde. Mia mamma, un po’ stufa di tutto questo, un giorno arrivò con il volantino di una palestra: Meglio provare così che fare tutte queste diete.

Aveva avuto l’intuizione giusta.
All’inizio un po’ di nascosto dal papà.

Lui non era molto entusiasta dell’idea?
Per niente, più che altro perché gli faceva paura.

Pensava mi sarei fatta male, rovinata la faccia, diciamo che aveva un’immagine della boxe un po’ stereotipata, ma è subito diventato il mio primo tifoso.

Anche io agli esordi ero terrorizzata di rompermi il naso! Ma è più che altro un’idea, anche perché in questi anni non ho mai perso neanche una goccia di sangue dal naso! – ride, ndR.

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Il pugilato femminile è storia recente. In Italia la pratica agonistica era vietata alle donne. Una legge del 1971 prevedeva controlli medici solo per gli uomini, tagliando fuori di fatto le atlete. Solo nel 2001 il lavoro dell’allora ministro per le Pari Opportunità Katia Bellillo e di Umberto Veronesi, Ministro della Sanità, portò alla modifica della legge, rendendo il ring un posto per tutti. Quella in Giappone sarà la terza edizione dei Giochi Olimpici a ospitare nel programma il pugilato femminile.

Fino a 20 anni fa tutto questo sembrava fantascienza, mentre ora la boxe italiana sarà rappresentata a Tokyo da quattro atlete. Autorevoli commentatori giudicavano il pugilato delle donne fuori luogo e senza futuro. Motivo? Le abusate questioni di “femminilità”, da sempre impiegate per limitare la libertà delle donne, anche in campo sportivo. Ma non vi aspettate che per un’atleta professionista salire su un ring sia un atto rivoluzionario. È la normalità.

«Devo dire che c’è molta ammirazione verso di noi, forse perché la donna pugile evoca un’immagine un po’ trasgressiva. Ma, in definitiva, io mi sono sempre sentita sostenuta e motivata, da tutti. Ovviamente dispiace moltissimo per i colleghi uomini che non sono riusciti a qualificarsi, vedere svanire il sogno delle Olimpiadi spezza il cuore anche a me. Ma per le donne e per il movimento pugilistico è un’immagine bellissima, un’autentica svolta».

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Il pugilato è uno degli sport più duri dal punto di vista atletico e della preparazione. Tu come ti alleni?
Il pugilato è un insieme di tutto: concentrazione, allenamento, alimentazione. Non puoi pensare di fare un incontro senza essere allenata. È uno sport assolutamente completo, e l’alimentazione è essenziale. Il fiato lo è altrettanto: i lavori principali che facciamo sono quelli metabolici e di corsa.

Il dolore fisico fa parte del gioco?
In quei 9 minuti sul ring il dolore fisico è relativo. È tutta una questione mentale. Sì, puoi incassare il pugno che fa male, che ti fa andare per terra, ma lì per lì non lo senti quasi. Quella che senti è la stanchezza, il fiato corto: il dolore fisico quasi passa in secondo piano.

E i giorni dopo l’incontro?
I classici dolori post match sono alle articolazioni o al collo. Ma ormai siamo talmente abituate a fare a volte anche tre incontri di fila, o comunque un torneo come sarà adesso alle Olimpiadi - dove dobbiamo essere pronte a sei incontri in dieci giorni - che bisogna andare oltre la stanchezza.

Sul piano tecnico qual è il tuo punto forte?
La scelta di tempo. Io sono un pugile che lavora tanto sui contrattacchi, quindi sulle schivate e rientrate. Sul piano tecnico mi piace proprio la scelta del tempo. 

Il tuo tempismo è stato perfetto. Hai iniziato 5 anni fa e ti sei subito qualificata per le Olimpiadi. Dopo quanto hai capito che poteva diventare qualcosa di importante?
Il mio primo match (che tra l’altro, che coincidenza, è stato proprio il giorno del compleanno di mio padre) pensavo di averlo disputato contro una debuttante; l’ho vinto, ero certamente felice, ma non è che gli avessi dato tutto questo peso. Poi arriva il mio allenatore, Gianni Birardi, e mi dice: ‘Guarda che hai appena combattuto contro la campionessa italiana della categoria di peso inferiore’. Da lì è seguito tutto: sono stata chiamata in Nazionale e l’asticella si è alzata: l’attività è diventata una cosa seria e gli obiettivi sono cresciuti in modo impressionante.

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La gente immagina lo sportivo come una massa di muscoli con un fisico perfetto. Invece quello che conta di più è la testa, la concentrazione.

Rebecca Nicoli

La qualificazione è arrivata dopo un lungo stop dovuto ad un’operazione all’anca. Hai mai temuto di non poter riprendere da dove avevi lasciato?
Mi sono dovuta operare a novembre, avevo le qualificazioni a febbraio e mi dicevo che sì, ce l’avrei fatta. Poi mi sono resa conto che non muovevo un passo con la gamba destra quindi ho cominciato a pensare che forse sarebbe stato un po’ difficile. Ma nella sfortuna, ho avuto anche un po’ di buona sorte: causa Covid la qualificazione è stata rinviata a giugno e a quel punto ho pensato che nulla mi potesse fermare. In questi mesi Raffaele, il mio compagno, è stato veramente essenziale, anche perché appena operata facevo fatica a fare tutto, magari volevo mostrare che ce la facevo da sola a tutti i costi, ma poi mi dovevo arrendere. E lui era sempre lì a incoraggiarmi, a dirmi che a piccoli passi ce l’avrei fatta. Forse ci ha creduto anche più di me. Pure lui è pugile, condividiamo la passione per questo sport e spesso ci alleniamo insieme.

Quando sei sul ring e hai di fronte un’avversaria da colpire, devi sportivamente “odiarla”?
A Parigi, quando mi hanno alzato il braccio, dopo tre riprese senza un attimo di respiro, o io o la mia avversaria, con la competizione alle stelle, alla fine il gesto più bello è stato il pianto e l’abbraccio finale, un momento davvero commovente. Quindi, magari da fuori sul ring sembra ‘odio’, ma poi c’è un rispetto che è quasi disarmante.

Perché alla fine, i sentimenti della mia avversaria sono i miei: proviamo le stesse emozioni durante il combattimento.

Quali sono gli obiettivi per Tokyo? Si può puntare a una medaglia?
Io voglio puntare a un podio, però resto con i piedi per terra. Diciamo che vengo un po’ considerata l’outsider, quella che può riservare delle sorprese! Meglio così: meno pressione e meno aspettative. Comunque fino a qualche mese fa non pensavo neanche di arrivarci, quindi sono felicissima.

Che rapporto hai con le tue tre compagne che faranno parte della spedizione azzurra?
Siamo una squadra unita, anche se è uno sport individuale il gruppo è molto importante. Ci aiutiamo di fronte a insicurezze e momenti di difficoltà, motivandoci a vicenda, facendoci forza.

Quanto conta l’allenatore nel pugilato?
In questi ultimi mesi ho dovuto fare un percorso diverso dalle mie compagne: dopo l’intervento, ho seguito un programma di recupero con il fisioterapista e il preparatore atletico che è stato essenziale. La routine della riabilitazione diventa monotona dopo un po’, e l’aiuto di chi era con me migliorava le mie giornate. Da gennaio ad oggi stare sempre nello stesso posto è stato difficile, quindi l’allenatore è diventato una figura centrale.

La tua giornata tipo di allenamenti come è strutturata?
Più o meno quattro ore al giorno, dipende dai periodi. Ora ci alleniamo un po’ meno sulla quantità, e lavoriamo più sulla qualità.

Il pugilato ha ispirato tanti grandi film. Qualcuno che ti ha colpito di più?
Million Dollar Baby è un film bellissimo, però mi piace quasi di più Creed perché è più realistico, è pugilato veramente. Parla anche di aspettative, di come ogni tanto possano quasi opprimerti.

Secondo te cos’è che cattura così tanto il pubblico?
La determinazione. Perché la gente immagina lo sportivo come una massa di muscoli con un fisico perfetto. Invece quello che conta di più è la testa, la concentrazione, e questo invoglia le persone a pensare di potercela fare; è questo l’aspetto che mi piace di più del pugilato e dello sport in generale.

È anche divertimento il pugilato?
Sì, io mi diverto. Anche nei match, dove magari si può pensare che sia l’ansia a farle da padrona, una volta che suona la campanella sul ring è passione e divertimento.

Hai praticato molti altri sport, quale in particolare ti piace guardare?
A me piace tutto lo sport in generale, l’atletica, i tuffi, la ginnastica. Il basket è tra quelli che mi gasa di più e sono stata felicissima che gli azzurri si siano qualificati. Spero comunque di riuscire a vedere qualche altra competizione a Tokyo.

A parte le tue gare, qual è il momento che aspetti con più trepidazione?
La cerimonia di apertura sicuramente.

Un’ultima cosa. Hai mai pensato al prossimo sogno, visto che quello delle Olimpiadi l’hai già raggiunto?
Mi piacerebbe iniziare un progetto sul recupero e il reinserimento dei ragazzi attraverso lo sport. Sarebbe bello riuscire a realizzarlo.

Qui prima del milione!

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