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Cultura

Beyoncé tra mito e cultura

di Norma Di Paolo

29.07.2022

Da Flawless a RENAISSANCE act I:
come Beyoncé 
tra mito, cultura e musica
è riuscita a creare 
uno spazio per l’empowerment
della propria identità culturale

Tempo di lettura 12'

È il 29 luglio 2022 e dopo due anni di silenzio da BLACK IS KING, Beyoncé ritorna con il suo nuovo album RENAISSANCE act. I. Un progetto diviso in 3 atti che è stato strutturato e registrato durante gli anni della pandemia: «un periodo in cui tutto era fermo, ma anche un periodo che ho scoperto essere il più creativo.» Inutile dire che la stavamo aspettando e soprattutto, inutile dire che il contributo della sua voce mancasse da un po’ nelle nostre vite.

Illustrazione di copertina © Carolina Altavilla 

«My intention was to create a safe place, a place without judgment. A place to be free of perfectionism and overthinking. It was a beautiful journey of exploration».

- Beyoncé

BREAK MY SOUL è il singolo (estratto dall'album) uscito a mezzanotte dello scorso 20 giugno e negli USA in meno di 24 ore ha raggiunto 6,5 milioni di visualizzazioni, diventando in men che non si dica linno della Great Resignation

Questo fenomeno globale è una realtà che inizialmente ha avuto un impatto decisivo negli Stati Uniti, per cui a fronte di tentativi di ripresa economica post lockdown, nella primavera del 2021, 48 milioni di persone hanno lasciato il loro posto di lavoro. Ormai l’obiettivo condiviso sembra riuscire a realizzare un cambiamento radicale nel proprio stile di vita, seguendo il mantra: quality over quantity. Anche i dati lo confermano. Infatti, stando alla Global Benefits Attitudes Survey condotta da Willis Tower Watson nel 2022, il 53% dei lavoratori sta attivamente cercando un nuovo impiego.

In ogni caso, in soli 4 minuti Beyoncé ha sollevato istanze sociali attualissime, mettendo la sua voce a disposizione di generazioni che non vogliono più essere vittime di un sistema e di un mondo del lavoro che non risponde più a regole e a condizioni di vita all’altezza delle aspettative, trasformandosi in una vera e propria cassa di risonanza. BREAK MY SOUL è un inno all’autodeterminazione, al ricominciare da se stessi, anche dal niente e senza paura. 

Bisogna ammettere, però, che questa non è la prima volta che la sua arte si converte in un manifesto a sfondo socio-politico e in generale di cultura, che coinvolge persone e minoranze che vivono la nostra attualità. 

Che cosa rende Beyoncé una delle principali opinion leader della nostra epoca?

Da qualche anno, anche il mondo accademico ha iniziato a mostrare reale interesse per questo tema, soprattutto i dipartimenti universitari di Media Studies e Gender Studies. L’apripista è Kevin Allred, ex professore alla Rutgers University in New Jersey, il quale, nel 2010, ha attivato il corso di studio Politicizing Beyoncé. Lo scopo di Allred è stato quello di analizzare la carriera della cantante come presupposto per indagare l’approccio e la mentalità della cultura americana su questioni razziali, di genere e Sexual Politics. Purtroppo, il suo mandato accademico è finito nel 2016 a causa di una serie di tweet provocatori in cui sfogava la sua frustrazione per il governo Trump e per la revisione del Secondo Emendamento, che gli sono costati una valutazione psichiatrica sulla sua salute mentale da parte della polizia di NY e la perdita della cattedra. 

Ad ogni modo, pare che anche nella nostra parte di emisfero, precisamente nei paesi nordici, alcuni professori abbiano fatto di Beyoncé un caso-studio per i loro corsi universitari. In particolare, Erik Steinskog, professore associato del Dipartimento di Arti e Studi Culturali dell’Università di Copenaghen, nel 2017 ha istituito il corso Beyoncé, Gender and Race. Il focus delle sue lezioni è l’analisi di testi e della parte visual dei video musicali delle canzoni del repertorio di Beyoncé, come occasione di insight su una dimensione particolare della sua musica, strettamente correlata a questioni di genere, razza e sessualità, per riuscire a comprendere il mondo in cui viviamo da una prospettiva differente. 

Può sorgere spontaneo chiedersi per quale ragione, oggi, al centro di un dibattito socio-politico e culturale di questo calibro ci sia un’icona mondiale della musica Pop/R&B, The New Black Diva, cantante afroamericana milionaria, che nel 2010 fonda la sua casa discografica Parkwood Entertainment per emanciparsi dalle regole del mercato delle Major, letteralmente a Girl Who Runs The World e non esponenti o rappresentanti di movimenti politici o minoranze. 

Paradossale? 

Effettivamente a partire dagli anni 60 del secolo scorso, l’attivismo afroamericano aveva come punti di riferimento personalità di spicco di movimenti rivoluzionari, per citarne alcuni: Malcolm X, Martin Luther King, Angela Davis o Huey Newton con il Black Panther Party. Un altro esempio è il Combahee River Collective, un collettivo composto esclusivamente da donne afroamericane femministe, che nel 1977 pubblicano il loro manifesto politico i cui punti programmatici sono espressione dell’urgenza di riconoscimento di una condizione sociale così particolare, come quella della donna nera negli Stati Uniti. Qui siamo di fronte a quella che in termini tecnici viene chiamata Identity Politics, cioè quel modo di fare politica che parte direttamente dagli attori del movimento, dai loro desideri e progetti politici. 

Cosa significa essere una donna nera negli U.S.?  

Beyoncé lo sa e ha compreso perfettamente che lei stessa è il mezzo e il messaggio, incarnandone l’espressione culturale non più dalla base della piramide sociale ma dalla vetta. Al centro della sua narrazione musicale c’è la donna nera e la sua è una sfida alla gerarchia di genere, che ha come interlocutore di riferimento una collettività di donne, che si identificano e si lasciano ispirare da femininity e femaleness, creando un nuovo tipo di pubblico. 

Beyoncé si posiziona all’interno di una tradizione più ampia di Black Female Divas da Tina Turner a Diana Ross alle quali riconosce il merito e il privilegio di averle aperto la strada. La sua partecipazione come protagonista a film tributo come Dreamgirls di Bill Condon del 2006 (adattamento cinematografico al musical di successo Supremes) oppure Cadillac Records del 2008, in cui al fianco di Adam Brody interpreta Etta James, ne sono la prova. 

Su questo tema, Jaap Kooijman, professore associato in Media Studies e American Studies all'Università di Amsterdam, nel suo articolo Fierce, Fabulous, and In/Famous: Beyoncé as Black Diva, ci spiega come Beyoncé si sia emancipata dalla definizione convenzionale di Diva, partendo proprio da Diva, music video di rottura del 2009. Storicamente, il termine “diva” è stato utilizzato dall’industria musicale per vendere l’immagine dell’artista femminile al pubblico mainstream, riferendosi alla donna come a una star di talento che ispira la sua audience. Questo termine, però, ha anche una connotazione negativa e un po’ cliché, come “fare la primadonna”, cioè avere un comportamento indisciplinato o aggressivo ed è stata associata ad un preciso stereotipo razziale: “the angry black woman”.  

Beyoncé è riuscita ad andare oltre, facendo entrare in scena il suo alter ego sexy e irriverente Sasha Fierce (titolo dell’album del 2008) e mostrando al suo pubblico entrambi i lati della sua personalità. Le sue performance trasmettono forza ed empowerment, espressione di un inarrestabile istinto di sopravvivenza all’interno di un’industria musicale dominata dal capitalismo bianco. Non a caso, Beyoncé è stata anche un punto di riferimento importantissimo per la sua fandom gay, riuscendo a dimostrarsi un modello esemplare di outstanding, un vero e proprio mito capace di unire generazioni e minoranze socialmente emarginate attorno a un forte senso di appartenenza, con la promessa di un futuro migliore, per chi vive un presente di discriminazione.

Beyoncé è il mezzo e il messaggio. Così, ha parlato di Black Feminism a un paese in cui razzismo e maschilismo sono pressoché istituzionalizzati.

Proviamo a ripercorrere alcuni momenti della carriera di Bey.

Torniamo nel 2014 e a Flawless. Accanto al suo nome vediamo quello di Chimamanda Ngozi Adichie, femminista e scrittrice nigeriana che nello stesso anno pubblica il suo libro We Should All Be Feminists, adattato a un TEDx talk che ha tenuto nel 2012. Beyoncé nel video musicale cita frasi estrapolate dalla conferenza, riuscendo a veicolare un messaggio di denuncia legato a una historical expectancy, che deriva dall’essere nati con il genere femminile piuttosto che maschile.

La donna ha vissuto e tuttora vive all’ombra di un’aspettativa sociale tutta maschile, per cui la sua massima aspirazione dovrebbe essere: essere una madre e una moglie, e rinunciare alle proprie ambizioni, al successo e ai propri progetti per non minare la virilità dell’uomo. Peccato che da un uomo non ci si aspetti mai che sia solo un padre e un marito

In questo modo, Beyoncé parte dalla sua posizione sociale di donna nera e la combina alla sua musica, parlando di Black Feminism ad un paese in cui il razzismo e il maschilismo sono problemi sociali radicati da centinaia di anni, continuando a generare nel pubblico una risonanza sempre più universale.

Ci spiega come funzionano le gerarchie di genere nella società di oggi, mettendo in evidenza l’esistenza di un Double Standard, per cui il punto di ingresso nel sistema educativo è già diseguale. 

Facciamo un passo in avanti e arriviamo al 2016, anno della release di Lemonade e della sua partecipazione come headliner al Super Bowl, caso vuole durante il Black History Month. Il suo visual album vince ai Grammys 2017 il premio per il miglior urban contemporary album ma in realtà, di quella notte ci ricordiamo Adele che spezza a metà il suo Grammy vinto per il miglior album dell’anno, per condividerlo con Beyoncé. 

Tornando a noi, come nel caso di Flawless, questa volta collabora con Warsan Shire, poetessa di origini somale nata in Kenya, i cui versi raccontano storie di donne, immigrazione, infedeltà e resilienza. Beyoncé ne recita in prima persona degli estratti che provengono da diverse raccolte di poesia, inserendoli tra un capitolo e l’altro per accompagnare la narrazione; insieme ad altri elementi stilistici e iconografici, come riferimenti alle pratiche religiose hoodoo e voodoo, tradizioni femminili molto vive nella cultura nera del sud: Il risultato? Un progetto monumentale di rifondazione dell’immaginario della Black Culture

La richiesta di riforma sociale e politica è il filo conduttore che tiene unito Lemonade e lo rende un progetto narrativo coerente in ogni sua parte. Dalla citazione del famoso statement di Malcom X in Don’t Hurt Yourself: «The most disrespected person in America is the black woman.The most unprotected person in America is the black woman. The most neglected person in America is the black woman.», fino ad arrivare a Formation, capitolo conclusivo di questo album, in cui sono stratificati molti materiali di critica a diversi livelli.

In apertura, Beyoncé è seduta su un’auto della polizia quasi sommersa dall’acqua ed è accompagnata dalla voce di Big Freedia, famosa artista drag di New Orleans. Oltre alla reference all’uragano Katrina, siamo di fronte a un’esplicita denuncia visiva nei confronti di una cultura che consente abusi della polizia sulle persone nere. Solo nel 2016 la polizia in America ha sparato e ucciso 236 persone afroamericane. Questo video e la sua aesthetic, negli Stati Uniti hanno letteralmente cambiato le carte in tavola: è stata una voce di protesta rivoluzionaria per chi non ne ha avuta una, contribuendo alla creazione nuovi spazi di libertà, di espressione e appartenenza

Dai repubblicani si sono alzate molte voci conservatrici, che hanno definito Formation e la performance di Queen Bey e della Beyoncé Army al Super Bowl: “anti-police”, un attacco esplicito alle forze dell’ordine. Lo styling provocatorio dei costumi, interamente curato da Marni Senofonte, intendeva rappresentare la sorellanza unita delle donne del Black Panther Party contro ogni forma di police brutality. In quest’occasione, il Miami Fraternal Order of Police aveva deciso di boicottare lo show del Formation World Tour che Beyoncé aveva programmato ad aprile in Florida, non assicurando la gestione della sicurezza. La risposta di Bey? Una semplicissima mossa di marketing: introdurre nel merchandising del tour magliette con la frase BOYCOTT BEYONCÉ

Insomma, niente sembra fermare Beyoncé dal raggiungere il suo obiettivo: riformulare in maniera positiva il passato della Black Culture americana, uscendo dalla retorica della schiavitù e del razzismo istituzionalizzato, per proporre una narrativa e un immaginario che contribuiscano a costruire un’identità culturale nera fiera e orgogliosa.

Nel 2018, è la prima artista donna afroamericana ad aprire il festival Coachella in California sulle note di Lift Ev’ry Voice and Sing, conosciuto come inno nazionale e grido di liberazione del popolo afroamericano. Un traguardo e uno statement politico non indifferente, che Beyoncé decide di raccontarci rilasciando Homecoming, docu-film sulla celebrazione culturale della performance disponibile su Netflix dal 2019.  

La relazione tra musica e cultura in Beyoncé è quello che ha reso possibile l’empowerment culturale su larga scala. Riconoscere che la musica è una parte fondamentale della propria cultura di appartenenza significa essere intellettualmente credibili e onesti con la propria audience. Questo le ha permesso di raggiungere l’apice con il suo ultimo grande lavoro BLACK IS KING, online dal 2020 su Disney+. Le canzoni fanno parte della colonna sonora del remake live action del Re Leone, in cui fun fact ha doppiato Nala. In questo progetto, la dimensione musicale è abbinata a un’estetica visual a effetto curata in ogni minimo dettaglio dalle location agli abiti, che esplora le radici della cultura afroamericana, tanto che parte delle sequenze sono state girate proprio in Africa. Questa volta Beyoncé è andata personalmente a ricontattare lo spirito ancestrale delle proprie fondamenta culturali e identitarie, studiandone la storia e i suoi errori e rivendicandone con fierezza l’appartenenza, per colmare quel vuoto narrativo che è stato creato durante la costituzione della civiltà occidentale. 

Ripercorrere il processo di evoluzione musicale in Beyoncé significa essere testimoni del contributo che ha portato all’unificazione e all’empowerment della bellezza di una comunità che proviene da una storia dolorosa e in generale di ogni minoranza marginalizzata. Questo è il potere del mito: l’origine della narrazione.

Beyoncé a partire dalla sua immagine, dalla credibilità della sua posizione sociale e dai valori che porta nel mondo si è assunta la responsabilità di essere un riflesso in cui intere comunità di persone che non si sentono rappresentate possono identificarsi, riuscendo a cambiare a tutti gli effetti le regole del gioco della narrazione

Siamo nati e cresciuti in un ambiente culturale in cui l’uomo bianco è da sempre privilegiato e al potere e lo standard eteronormativo detta legge sull’inclusione o l’esclusione dalla categoria della “normalitàsociale. Tutto ciò che è al di fuori dello schema binario non è degno di riconoscimento. La mancanza di comprensione empatica e la chiusura mentale rispetto all’Altro e al Diverso, portano a riproporre ciecamente dinamiche di potere.

Le conseguenze? 

Zero cultura, zero inclusione e nessun progresso. La nostra posizione privilegiata di donne o uomini bianchi etero non può esprimersi su altre minoranze, deve prima comprenderle e raccontarle. In questo senso, Beyoncé è un modello di riscatto sociale e autodeterminazione, che ci aiuta a ricordare che ognuno di noi è figlio della propria cultura e interpreta il mondo da un personalissimo e singolare punto di vista, che non è mai assoluto ma è sempre degno di riconoscimento e proprio per questo abbiamo il diritto e il dovere di impegnarci nella costruzione di uno spazio sicuro in cui sia noi che gli Altri possiamo raccontare e riscrivere le nostre storie


Adesso, godiamoci RENAISSANCE.  

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