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Cultura

Il clima che cambia le storie

di Alice Avallone

08.07.2022

Come si racconta il futuro ora
che è sempre più vicino? Com'è
cambiato il nostro approccio alla precarietà
ambientale? Tra libri, film e pubblicità
Avallone analizza le narrazioni sul domani.

Tempo di lettura 15'

Quante tempeste e trombe d’aria abbiamo visto sul grande schermo, dalla caccia all'uragano perfetto di Twister nel 1996 agli incontrollabili cataclismi di Geostorm del 2017, passando per il ciclone di feroci squali del B-movie Sharknado del 2013. A differenza di una volta, oggi ci confrontiamo con queste narrazioni distopiche con un altro occhio: non è qualcosa che può succedere solo nel bel mezzo degli Stati Uniti, ma ci riguarda più da vicino e ci permette di capire il presente e, soprattutto, quello che potrebbe essere il futuro prossimo.

Le storie che hanno a che fare con il futuro stanno beneficiando di una nuova urgenza e popolarità perché rappresentano un domani scientificamente plausibile.

Alice Avallone

All’inizio del 2022, in cima alla classifica di Netflix c’era Don't Look Up, un film che ha messo a nudo l’approccio indolente e irresponsabile di noi esseri umani davanti al cambiamento climatico e alle tangibili tragedie preannunciate. Poco importa che si tratti di una proiezione distopica, utopica oppure “ustopica”, per prendere in prestito un termine coniato dall'autrice Margaret Atwood per descrivere una via di mezzo tra i due: le storie che hanno a che fare con il futuro stanno beneficiando di una nuova urgenza e popolarità perché rappresentano un domani scientificamente plausibile.

Il pianeta sabbioso di Dune, premiato con sei statuette agli ultimi Oscar, è l’esempio lampante di come narrazioni metaforiche o predittive sulle crisi climatiche stiano conquistando l’attenzione di un pubblico sempre più ampio.

"L'idea che erediteremo una distopia ecologica di qualche tipo è un'ossessione culturale persistente” scriveva l’anno scorso David S. Wallace sul The New Yorker – soprattutto man mano che il clima diventa più ostile, tra incendi devastanti, fiumi che invadono le strade e uragani che spazzano via le coste. Anche i sondaggi lo confermano: su 10.000 persone tra i 16 e i 25 anni di dieci paesi differenti, il 60% si è detto "molto preoccupato" o "estremamente preoccupato" per il cambiamento climatico, denunciando sentimenti di tristezza, paura, rabbia e impotenza. In fondo, non siamo così lontani dal futuro distopico previsto dai classici di "cli-fi", climate fiction, come La Parabola del Seminatore di Octavia E. Butler (1993, in Italia pubblicato da Fanucci Editore), che immagina un'America devastata dalla crisi climatica e dalla disuguaglianza sociale, oppure come Il mondo sommerso di J.G. Ballard del 1962 (ultima edizione nostrana per Feltrinelli), che preannunciava il disastro portato dallo scioglimento delle calotte polari.

La fiction “ecopocalittica” corre veloce parallela alla realtà, e non ci sarà da stupirsi se presto i due binari convergeranno, come osserva la giornalista scientifica Eleanor Cummings, sottolineando che gli scenari futuri sono diventati un invito alla riflessione, e non solo una forma di evasione.

Ciò che immaginiamo è più realistico, perché è più vicino al domani.

Gli scaffali delle librerie, anche in Italia, si stanno rimpolpando di volumi che affrontano il tema da diverse angolazioni grazie a una generosa produzione di fumetti e di saggistica. Rispetto a quest’ultima, interessante il lavoro dello scrittore e giornalista Fabio Deotto, uscito lo scorso giugno con il reportage narrativo L'altro mondo. La vita in un pianeta che cambia per Bompiani: oltre a esplorare in lungo e in largo un pianeta già cambiato, racconta le nostre zavorre cognitive e culturali che rendono così difficile accettare il cambiamento.

Inutile girarci intorno. Solo nel 2021, i disastri portati dai cambiamenti climatici hanno provocato danni per un valore stimato intorno ai 280 miliardi di dollari a livello globale, rispetto ai 210 dell’anno precedente, e alcuni luoghi sembrano già paesaggi post-apocalittici. E proprio perché le esperienze dirette o indirette sono più frequenti, pensiamo al clima più di quanto facessimo una volta. L’emergenza sanitaria vissuta, inoltre, ha fatto da amplificatore alla sensazione di precarietà ambientale, poiché diventa inevitabile mettere in relazione l’esplosione del Covid-19 al maltrattamento del pianeta. Inoltre, i problemi climatici scoperchiano l’abisso delle diseguaglianze, esponendo innanzitutto le comunità più povere. Alla luce di ciò, è bene iniziare a pensare in modo strategico alle trasformazioni da favorire nelle nostre società.

Solarpunk è un movimento online basato sull'arte visiva e sulla narrativa speculativa, che offre una delle visioni più ottimistiche e rigenerative per il futuro. Oltre a una ricca sezione dedicata alle letterature, è consultabile anche il manifesto italiano: “Nato negli anni ’10 di questo secolo, il solarpunk si fa interprete di sentimenti e istanze che chiedono un progresso collettivo, organico, equo, ecologico, inclusivo.

Fin dai suoi inizi esprime una visione politica complessa e aperta, ma chiara: inclusiva, femminista, ecologista, utopista, anarchica, organicista. Anticapitalista, antirazzista, antipatriarcale, antispecista”.

Il solarpunk non predica un “ritorno alla natura”, ma persegue un progresso consapevole, nel quale la scienza e la tecnologia, usate in maniera trasparente e democratica, consentano di raggiungere l’equilibrio con la nostra biologia e il nostro pianeta.

Le narrazioni sulla sostenibilità climatica sono pane anche per i denti dei brand, ovviamente. Al netto delle grandi operazioni di green-washing degli ultimi anni, ci sono alcuni tentativi di immaginare un equilibrio ambientale migliore, proprio sulla scia del solarpunk, come nel caso dell’azienda alimentare a stelle e strisce Chobani che ha creato l’animazione Eat Today, Feed Tomorrow per mostrarci quello che potrà essere di noi.

Un futuro socialmente più giusto dovrà essere più equo e diversificato. L'arte sta fornendo lo spazio in cui quella realtà può essere immaginata.

Afro-Rithms From the Future, ad esempio, è un gioco di carte creato da artisti e professori che attinge al pensiero e all'arte afro-futurista per incoraggiare i giocatori a considerare il futuro attraverso la lente della giustizia sociale. In questo contesto, i marchi hanno l'opportunità di elevare queste voci a beneficio della loro audience, anche se sono necessari investimenti continui. Un caso virtuoso su tutti: nel 2020 a Seoul Gucci ha organizzato una mostra al Daelim Museum per celebrare la scena artistica alternativa e il futuro speculativo della città. Curata da Myriam Ben Salah, “No Space, Just a Place. Eterotopia” ha proposto una nuova definizione di spazio “altro”: un luogo dove costruite un futuro diverso e desiderabile, dove esseri umani possano interagire tra di loro e con l’ambiente circostante.

Rimane difficile immergersi in futuri utopici, anche con i romanzi: basta dare un’occhiata a Picturing Our Future di Climate Central, che mostra come un aumento di 3°C delle temperature globali influenzerebbe i nostri punti di riferimento in tutto il mondo. Il risultato è drammaticamente realistico. Secondo uno studio pubblicato nel 2018, solo il 26% dei lettori di cli-fi ha provato un’emozione positiva davanti a storie di stravolgimenti climatici; al contrario, ancora una volta angoscia e tristezza erano decisamente le risposte più comuni.
In tutta risposta, il media no-profit Grist ha lanciato Imagine 2200, un concorso gratuito di narrativa sul clima che raccoglie racconti dove si immaginano i prossimi 180 anni di equo progresso climatico. Per il secondo anno consecutivo, cercano storie tra le 3000 e 5000 parole, in inglese; vincitori e finalisti si portano a casa un gruzzoletto in dollari e una pubblicazione.

Anche i designer stanno esplorando le opportunità di narrazioni legate ai prossimi decenni. Organizzata dal Walker Art Center, il Philadelphia Museum of Art e l’Art Institute of Chicago, l’esposizione Designs for Different Futures, ad esempio, ha mostrato un carattere tipografico che contrasta la sorveglianza algoritmica, una serie di libri disponibili solo tra 100 anni, una cassetta degli attrezzi economica per l'editing genetico, una scarpa prodotta dal sudore, nonché cibo coltivato in laboratorio e tessuti originati da alghe. Sono parecchie le domande che questa mostra ha lasciato ai visitatori: quale ruolo può svolgere la tecnologia nell'aumentare o sostituire un'ampia gamma di attività umane? L'intimità può essere mantenuta a distanza? Come possiamo negoziare la privacy in un mondo in cui la condivisione dei dati personali ha offuscato i confini? E ancora, come nutriremo una popolazione in continua crescita, davanti a stravolgimenti ambientali?

Ci vorrà immaginazione per sopravvivere al futuro e sì, soprattutto alla crisi climatica.

Presentare nuovi futuri durante una crisi significa anche mostrare nuovi modi per amare e connettersi alle altre persone.

Alice Avallone

Un futuro positivo è ancora possibile, e anche i più pessimisti iniziano a crederci guardando alle nuove generazioni, migliori dei genitori e dei nonni. Nel mondo, sei persone su dieci sotto i 30 anni credono che i propri figli e nipoti avranno una qualità di vita migliore rispetto a oggi. Saranno loro a dare al pianeta una chance e a correggere i nostri errori? Su Netflix, il thriller fantascientifico Sweet Tooth esalta la bellezza di una gioventù determinata a salvare il mondo, seguendo la vita di un bambino in parte umano e in parte cervo: un'allegoria della nostra società alle prese con egoismi e lotte di potere.

Storie come queste ci aiutano a intravedere i futuri preferibili, e ci danno la possibilità di capire come arrivare a realizzarli.

Anche la lettura ha la sua influenza strategica. Uno studio di un paio di anni fa ha rilevato che i romanzi sul clima hanno avuto un effetto positivo sulla percezione dei lettori che il cambiamento climatico avrebbe causato danni a loro e alle generazioni future, portando potenzialmente a più attivismo e azioni virtuose individuali. È anche onesto dire che tali effetti sono svaniti dopo un mese, pare. Un insight che sottolinea l’importanza di una esposizione ripetuta a futuri immaginati, a quelle che possiamo ribattezzare come “ecotopie”. Più in generale, i prodotti di narrazione hanno il considerevole vantaggio di poter andare oltre il breve termine di cicli politici ed economici di ogni nazione, perché spingono a riflessioni e strategie a medio e lungo termine, meno locali e più globali.

In Italia, a differenza della saggistica, nella fiction il tema climatico arranca, e i romanzi di rilievo sono una manciata. Dopo la pioggia di Chiara Mezzalama per Edizione E/O è uno di questi, tra fango, blackout elettrico e una Roma messa in ginocchio; e lo è anche La seconda mezzanotte di Antonio Scurati per Bompiani con il suo clima africano e le onde alluvionali che imperversano.
Perché la letteratura nostrana fatica a digerire l’argomento? Uno spunto lo rintracciamo in un’intervista allo scrittore Leonardo G. Luccone per Il Librario. Alla domanda su “che impatto avranno i due anni di emergenza sanitaria nei romanzi del prossimo futuro?” l’autore risponde che “l’impatto a breve sarà in termini letterari modesto e soprattutto non facilmente leggibile. Certo, ci saranno una serie di romanzi e racconti direttamente legati alla pandemia, ma non è questo che interessa.

Sarà determinante capire come questo disagio si infiltrerà nelle storie, quali forme prenderà.

Per capire il fenomeno, però, c’è bisogno di distacco. Ci vorranno venti o trenta anni per capire. Solo ora cominciamo a renderci conto degli effetti di Černobyl’ sulla letteratura successiva. Oppure degli effetti di Internet. Non si commenta mai abbastanza quanto la narrativa contemporanea sia refrattaria alla tecnologia: molte opere contemporanee sembrano ambientate negli anni Settanta, o prima. Sono onde di trasformazione complesse, e letteratura e editoria sono decisamente conservatrici.”.

Con tutta probabilità, questa fine intuizione non vale solo per il Covid-19, ma anche per il clima. Presentare nuovi futuri durante una crisi significa anche mostrare nuovi modi per amare e connettersi alle altre persone. Nella maggior parte dei cli-fi i protagonisti combattono non solo per trovare il modo di sopravvivere in un mondo apocalittico, ma anche per allontanare lo spettro della solitudine e della disgregazione dei rapporti umani. Più in generale, i romanzi contemporanei, dunque anche quelli che non sono di pura fantascienza, raccontano tra le righe il modo in cui le crisi ambientali mettono a dura prova le relazioni, come in Dove sei, mondo bello di Sally Rooney, uscito per Einaudi proprio quest’anno. Qui i protagonisti sono Millennial, alle prese con una maturità emotiva che tarda ad arrivare e un sistema capitalistico che fa da sfondo, con tutto quel che di peggio ne consegue: emergenza sanitaria, cambiamenti climatici, morte termica dell’universo e sfruttamento sistematico di intere classi sociali.

Arriviamo alle note dolenti: il burnout da bisogno di sostenibilità è dietro l’angolo. Ogni volta che veniamo esposti a racconti e immagini collegate all’emergenza climatica, il nostro cervello aggancia pensieri negativi e scoraggianti su lavoro, disuguaglianza, malessere mentale e disagio fisico. Inoltre, rincorrere a tutti i costi la sostenibilità ambientale per riuscire a fare la propria parte può provocare grandi stress. Patagonia, una delle aziende più eco-consapevoli al mondo, è stato tra i primi brand ad avere il coraggio di abbandonare la parola “sostenibilità” dal proprio vocabolario; Fortune ne racconta bene i perché. Altri, decidono di fare dietrofront su narrazioni passate, come l’azienda di occhiali Ace & Tate che ha ammesso pubblicamente i passi falsi sullo sforzo ecologico del passato.

Accettare che la "sostenibilità" non sia tutta rose e fiori, può dare più spazio per immaginare un futuro migliore.

Inoltre, non meno importante è il fattore di genere. In uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Research, i ricercatori hanno scoperto che la sensibilità ecologica ha maggiori probabilità di essere percepita come troppo femminile.

Risultato: le donne prendono più in considerazione prodotti amici dell’ambiente rispetto agli uomini.

Sembra che tale divario di genere sia stato attribuito alle differenze di personalità tra coloro che si identificano saldamente come maschi e quelli le cui identità sono fortemente femminili. Insomma, come se essere sostenibili, minacci la mascolinità. È plausibile pensare che la maggioranza delle donne sia più coinvolta emotivamente nella sostenibilità perché immagina gli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento da plastica sugli animali e sulle generazioni future? Forse. Ma la verità è che tanti uomini (e tante persone che si identificano nel genere maschile) sono altrettanto attenti all’ambiente, ma il rapporto statistico è sbilanciato proprio perché entra in gioco il fattore virilità. Un altro insight da considerare per costruire narrazioni inclusive.

Con la necessità di azioni drastiche e tempestive per il clima più evidente che mai, anche le scelte di stile di vita individuali sono sottoposte a un attento esame, soprattutto quando si tratta del racconto di sé veicolato sui social media. Non manca chi è convinto che sia possibile vivere nel massimo comfort (e lusso) al minimo impatto sul pianeta: i fautori della “sostenibilità edonistica”. Il concetto è semplice e impone che cosa è buono per il pianeta deve anche fare appello all'amore intrinseco dell'umanità per la bellezza, il divertimento e lo status symbol. Insomma, le scelte sostenibili devono essere percepite come desiderabili, altrimenti la loro adozione incontra ostacoli e tarda. La narrazione alla base dell'edonismo sostenibile abbraccia tutti i settori, dall'architettura alla moda, dai viaggi all'automotive, ammiccando soprattutto alle Generazioni Y e ZAncora una volta, è la pandemia ad aver intensificato l'impegno delle persone per un consumismo consapevole: meglio poche cose, anche molto più costose, ma durature e a basso impatto.

Il lato edonistico trova voce non solo dall’apprezzamento per i prodotti belli e di qualità, e dalla soddisfazione di fare un acquisto responsabile, ma anche da una specifica reazione di piacere che prende il nome di “greenconsumption effect”. Quando usiamo un prodotto bollato come “verde”, rispetto a uno tradizionale, il nostro godimento aumenta, anche quando non lo abbiamo scelto direttamente. Ad esempio, quando ci danno posate riciclabili in un locale, percepiamo il cibo che mangiamo più buono perché attribuiamo un valore sociale positivo alla sostenibilità.

L’associare alla sostenibilità e alla lotta contro i cambiamenti climatici il piacere è una strada ancora troppo battuta, perché più facile fare leva su senso di colpa, disastri, panico.

Alex Blumberg, co-fondatore di Gimlet Media e produttore di This American Life, e la biologa marina Ayana Elizabeth Johnson, fondatrice e presidente di Ocean Collective, hanno dato vita al podcast How to Save a Planet che cerca risposta a come si possa risolvere la questione climatica con un approccio ottimista e con storie di speranza. Il Financial Times in una recensione loda il progetto perché “funziona in gran parte grazie alla sua attenzione alla narrazione e non al proselitismo, e all'evidenziazione di soluzioni praticabili”. E difatti, alla fine di ciascun episodio, agli ascoltatori vengono forniti stimoli di azioni specifiche e semplici da attuare, come ad esempio il discutere del cambiamento climatico con la famiglia e l'ascolto dei diversi punti di vista in casa.

Parecchi studi rivelano sempre di più l'importanza della speranza rispetto all'azione e all'impegno per il clima. Un documento del 2019, in particolare, conclude che "chi si occupa di raccontare il cambiamento climatico potrebbe considerare di concentrarsi su una speranza (il progresso umano, l'aumento dell'energia pulita), insieme a elementi di dubbio (la realtà della minaccia, la necessità di più azioni), per mobilitare l’azione”.

Insomma: aspettiamo e speriamo.

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