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Musica

Don Joe: L’uomo dietro la macchina

di Valentina Ecca
27.08.2021

"Milano Soprano" di Don Joe
è la metafora perfetta dell’immaginario rap:
salire sul ring, mettere a confronto
stili diversi e conquistare la corona.

Tempo di lettura 7'

 

Don Joe è in attività da quasi trent'anni e di acqua sotto i ponti deve averne vista passare parecchia. Con questo "Milano Soprano" corona la sua carriera di producer e sforna un concept album che suona come una ripartenza sua e, si spera, di tutta la scena musicale. Non è un caso che abbia deciso di farlo uscire proprio in un momento storico in cui la culla dell'innovazione e del fermento artistico italiano sta soffrendo di una grande depressione.

Lo abbiamo incontrato per farci raccontare com'è oggi stare sulla scena dovendosela vedere con le piattaforme che sfornano beat pronti all'uso e come sono nati i match tra vecchia e nuova scuola milanese, tipo Shiva con Jake La Furia, Paky con Emis Killa e l'improbabile trio J-Ax, M¥SS KETA e Coma_Cose

"Milano Soprano" è un disco che rappresenta Milano attraverso l'arroganza della sua scena rap ma è anche un racconto intimo e personale di Don Joe che, forse per la prima volta, si mette a nudo davanti al suo pubblico e svela l'uomo dietro la macchina.

 

Foto © Antonio De Masi

Milano c’è sempre stata nelle mie produzioni “arroganti”.

Don Joe

Partiamo dal titolo: perché “Milano Soprano”?
Mi piaceva come suonavano le due parole insieme, poi bisogna tornare al passato, al primo disco dei Dogo in cui c’è un brano “Rap Soprano” dove il ritornello fa: “In Milano Soprano / Club Dogo il suono cartella come Marciano”. Soprano è anche la serie televisiva, dove c’è una grande famiglia che se la comanda.

Mi piaceva l’idea di dargli quel senso di grande famiglia riunita nello stesso posto, l’album.  

In una tua intervista ho letto che Milano è “Il luogo dove vorresti che la tua musica riprendesse le fila”. Pensi che sia necessario il legame con un luogo fisico per fare musica?
Milano c’è sempre stata nelle mie produzioni “arroganti”. Mi ha regalato tanto come città, l’ho amata e odiata allo stesso tempo, è un posto dal quale non riuscirei mai ad andarmene completamente. Si porta con sé tutte le soddisfazioni e anche tutti i problemi che ho vissuto.

Io sono un ragazzo di periferia e Milano per me è sempre stata un obiettivo, l’ho raggiunta e riparto da qui per fare la musica che mi piace e mi rappresenta: il rap.

Volevo anche omaggiare la città dove sono nati tantissimi talenti del rap.

Tributo che c’è anche nella copertina del disco, un'arena vuota a forma di corona con le guglie che sembrano quelle del Duomo. Com’è nata l’idea?
È un’opera di Blimey! che ha realizzato un’immagine con una doppia lettura, quella della corona, simbolo di chi comanda e dell’arena, che rappresenta il luogo dove gli artisti rap si scontrano. 

È una metafora dell’immaginario rap: salire sul ring e farsi valere per conquistare la corona.

Ovviamente le guglie del Duomo di Milano erano necessarie, perché parliamo di questa città e degli artisti che hanno costruito la propria carriera anche grazie ad essa.

Nei pezzi hai messo insieme rappresentanti della vecchia scuola e della nuova: Jake La Furia con Shiva, Guè Pequeno con Sacky, ecc… come mai hai deciso di mescolare così le “epoche”?
Beh, il ruolo del producer è anche quello di fare un po’ di scouting rispetto alle nuove generazioni. Quelli che mi incuriosivano e mi affascinavano li ho messi insieme ai big che hanno reso Milano grande. Non ho guardato solo al rap ci sono anche i Coma_Cose, M¥SS KETA e Venerus che rappresentano bene la città.

Non sto cercando di stare nel mercato per forza, io vengo da una scuola di maestri e di gente che rimane attuale anche a distanza di anni. 

Don Joe

 

Ecco parlando di Venerus l’hai fatto duettare con Marracash in “Guerriero”, dove addirittura c’è il campionamento di “Cose Preziose” di Kaos One - brano simbolo del rap italiano anni ’90, NdR -, come li hai messi insieme?
Ho volutamente puntato su delle collaborazioni inedite, non volevo che gli artisti andassero a colpo sicuro, volevo provassero a fare qualcosa di nuovo. C’è poi sempre l’aspetto produttivo per cui, magari, due voci suonano bene insieme. Volevo creare qualcosa di diverso.

Sicuramente le tue radici sono molto evidenti in tutto l’album, c’è in corso un revival degli anni ’90 secondo te?
Ma non definirei la mia produzione un revival, ci sono i miei codici ed è ovvio che non posso cimentarmi in qualcosa che non è mio.

Non sono un produttore trap o soul, io sono un produttore rap e non voglio dare una percezione diversa.

Nella mia musica puoi ritrovare un sound rap e urban con delle sfaccettature più contemporanee che ho aggiunto al mio sound, degli arrangiamenti completamente diversi da quelli che avrei fatto 15 anni fa però non ho perso la mia identità e il mio modus operandi e si sente. Non sto cercando di stare nel mercato per forza, io vengo da una scuola di maestri e di gente che rimane attuale anche a distanza di anni. Come diceva J-Ax: “Il tamarro è di moda, perché non è di moda mai”, questo concetto è applicabile anche nella musica. Poi ci sono esperienze diverse come la trap o la drill - che a me piace un casino - però sono generi che non possiamo definire classici, magari ci arriveremo ma per ora non lo sono.

C’è stata una mancanza di riconoscenza da parte della così detta “nuova scuola”?
Ma in realtà non si parla di mancanza di rispetto, le generazioni si susseguono e vogliono creare qualcosa che sia diverso, è la stessa cosa che abbiamo fatto con i Club Dogo dieci anni fa. Non ci piaceva ciò che c’era e l’abbiamo cambiato, è giusto che si faccia. Con alcuni degli artisti che sono nel mio album abbiamo vent’anni di differenza, è stata un po’ una sfida sia per me che per loro.

Sicuramente quelli che sono nel disco sono contenti di aver collaborato con me, gli altri probabilmente mi odiano perché non li ho chiamati e dicono “basta fare sta musica” - ride, NdR. 

Qualche nome di producer italiano da tenere sott’occhio?
I 2nd Roof, hanno un suono loro che si riconosce e mi piace molto, oppure Drillionaire che fa musica davvero interessante.
Io la loro roba l’ascolto e la  suono nei club. 

A proposito di suonare nei club, come te la stai vivendo tutta questa incertezza nella musica live?
Mettere i dischi è sempre emozionante e per me è passato già un anno e mezzo dall’ultima data che ho fatto, è pesante. Spero che si ritorni presto, perché il club è un luogo magico, vedi le persone e capisci la voglia che hanno di ascoltare la tua musica, è una grossa fonte d’ispirazione per il processo creativo di un artista. Non solo per chi scrive testi, ma anche per chi produce la mancanza di esperienze è negativa. A me piace viaggiare, vedere persone, luoghi e stare a contatto con quello che accade in giro.

Anche stare chiuso in studio non mi dispiace, però andare in giro e ascoltare cose nuove è vitale e se uno di questi due aspetti manca è dura.

Tornando al disco, parliamo degli “skit” e dell’uso che hai fatto della tua voce e della tua vita. Una scelta singolare per un producer, soprattutto perché hai raccontato cose molto personali. C’ho visto un collegamento con il titolo del disco “Milano Soprano”: un po’ come il protagonista de I Soprano, Tony che racconta la sua vita alla sua psicologa, e tutte le vicende della serie ruotano intorno all’analisi introspettiva del personaggio
Esattamente così!

Gli skit personali nascono proprio dall’idea di raccontare un po’ di me, mi trovo al punto della mia carriera in cui devo svelare tutto, far capire effettivamente chi è l’uomo dietro la macchina.

Spesso e volentieri non si capisce chi c’è dietro a tutto il lavoro che fanno i producer, tanti fan non sanno quanta fatica c’è nel creare un disco. Nessuno sa quanto è stressante stare dietro a un progetto dovendo gestire i propri problemi, io ho la mia malattia - il diabete diagnosticatogli 13 anni fa, NdR - e l’ho voluta raccontare per dimostrare a tutti che non ci si deve fermare. Io non mi sono fatto abbattere dalla diagnosi e ho continuato a fare concerti ed è stata la mia forza, combattere la malattia buttandomi a capofitto sul lavoro, è stata la scelta migliore. 

Hai usato un’espressione emblematica: “l’uomo dietro la macchina”. Molti dicono che i producer stanno diventando un po’ delle macchine che sfornano beat per le piattaforme stile catena di montaggio, tu che ne pensi?
Sì purtroppo sta succedendo.

 

Io rimango affezionato all’idea che i produttori debbano stare in studio con gli artisti e che debbano trasmettere loro la creatività e le emozioni che ci sono dietro alle basi.

Don Joe

 

Questa cosa per me non è sostituibile da una piattaforma che ti vende un beat. Io quando faccio sentire le mie basi in studio le devo raccontare, ti devo convincere del perché hai bisogno di quel beat, perché ho pensato a te facendolo. I produttori come Timbaland, Dr Dre e altri grandi ti spiegano cosa succede e com’è nata quella produzione, non ti abbandonano con il beat e ti dicono scrivi.

Le basi di questo disco sono pensate e nascono insieme agli artisti che ci hanno cantato sopra, non ho fatto un Dropbox da inviare a tutti.

Beh allora in bocca al lupo per tutto
W il lupo e w la musica.

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