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Musica

VV: in una nuvola di glitter

di Debora Giampietro

31.03.2022

Premi Play e inizia la tua avventura
dentro VVLAND, non te ne pentirai.
Tra contaminazioni psichedeliche
e influenze tribali VV si racconta.

Tempo di lettura 9'

Viviana Colombo, in arte VV, è la nuova scommessa di Maciste Dischi.

Dal suo background prettamente Jazz alla formazione al Conservatorio di Milano, VV lascia sfumare i confini della sua cameretta e ci scaraventa in un mondo 3D lo-fi allucinogeno. I suoi nuovi pezzi sono maggiore consapevolezza di se stessa, profonda sperimentazione musicale, un punto di partenza ma anche di arrivo, il perfetto incontro tra influenze mistiche e il dream pop.     

Così ci ha lasciati entrare nel suo mondo fatto di brillantini.

«Già il titolo, Duecento, rimanda alla colletività ed è un invito a radunarsi e far sentire la propria voce».

VV

Ciao Viviana/VV, come preferisci essere chiamata?
VV, assolutamente.

Innanzitutto come stai? 
Di questi tempi non è scontato! Bene, grazie.

Curiosando un po', ho visto che tuo padre suonava in un gruppo Jazz e che tuo fratello ha uno studio di produzione (correggimi se sbaglio). Quanto questo ha influito sulla tua decisione di voler fare musica?
Beh, tanto. È stato davvero un qualcosa di naturale e spontaneo. La musica era il linguaggio di casa, perciò sono proprio cresciuta immersa in un mondo fatto di tutto questo.

Quando è scattato quel qualcosa che ti ha fatto capire "okay, voglio scrivere canzoni"?
Sai che me lo ricordo? Avevo, penso, 13 anni. Mi ricordo esattamente il momento preciso. Io e mio fratello avevamo l'abitudine di suonare, di jammare e di pasticciare un po'. Ognuno in casa aveva già il suo ruolo, mio fratello suonava la batteria, mio padre anche. 

Erano tutti musicisti. Io, invece, mi dicevo: «mi piacerebbe essere quella che mette le parole sulla musica, quella che decide cosa dire, cosa fare».

E quindi c'è stato quel momento catartico. È stato proprio uno sfogo, non ti so dire il giorno preciso, però quel momento me lo ricordo benissimo.

E tu suoni?
Sì, suono principalmente il pianoforte, la chitarra, il basso e la batteria (poco). La batteria era già presente in casa, se pensate al mio background. Poi ho anche studiato, infatti sono diplomata al Conservatorio "Giuseppe Verdi". Lì ho studiato di più pianoforte e chitarra.

Che ricordi hai del Conservatorio?
Belli, bellissimi. Più che a livello scolastico e accademico, è stato molto bello il percorso con i miei compagni. Diciamo che mi sembrava di stare a Hogwarts [ride, ndA], entravi e c'erano tutti questi violini, queste trombe che suonavano, ti aggiravi nelle sezioni del Conservatorio e c'era un clima davvero suggestivo.

E a proposito di influenze, quali sono state quelle più significative nel processo creativo della tua musica?
A livello musicale ha influito tantissimo l'ascolto di artisti come Prince, James Brown, anche Paolo Nutini mi piaceva molto, Otis Redding. Dunque, tutta questa generazione precedente (tranne Paolo Nutini ovviamente) e il Jazz che ascoltava mio padre, Chet Baker per esempio. Mi ricordo anche musica Jazz strumentale. Questa cosa mi è proprio entrata nel DNA e viene fuori sicuramente negli ultimi lavori, soprattutto dove ho voluto fare uscire fuori quello che era più mio, qualcosa di antico e ancestrale, questo ritmo, questa energia che arriva proprio da lì.

Come definiresti la tua musica in una parola?
Colorata, questo è il termine giusto [ride, ndA].

Ci racconti un po' della tua fase talent? Che ricordi hai? Ti sei sentita rappresentata o limitata in quel contesto?
Guarda, è stata un'esperienza che non riesco a connotarti né in modo positivo né in modo negativo, perché è stata veramente una cosa capitata per caso, che ho affrontato con leggerezza, ma anche con inconsapevolezza di quello che volevo fare. O meglio, già sapevo che volevo sviluppare un progetto mio, non mi è mai piaciuto tantissimo fare cover, però lì mi ci sono trovata e ho dovuto sperimentare qualcosa che non era così vicino alla mia sensibilità. L'ho fatto ed è stata comunque un'esperienza che mi ha insegnato a stare sul palco, a gestire l'ansia, magari. Qualcosa mi è rimasto.

Poi c'è da dire che quando ho partecipato al talent non c'era ancora la possibilità di portare inediti, erano solo cover obbligatorie, non amavo molto esprimermi in quel modo. Io istintivamente avevo portato i miei inediti e ho creato dei mash-up di cover per dare comunque una visione mia delle cose. In quel senso è stata un'esperienza un po' limitante perché quello (intendo rifare cose di altri) non era il modo in cui riuscivo a esprimere me stessa.

Se l'avessi fatto oggi, avrei avuto la possibilità di portare i miei brani inediti e sarebbe andata, molto probabilmente, in maniera diversa.

Solitamente nella vita ti poni dei freni, o al contrario vivi in maniera più istintiva?
Sai, io sono una persona estremamente istintiva, mi butto sempre. E forse è anche questo il problema, a volte mi piacerebbe ragionare un po' di più sulle cose. Tendo sempre ad agire in maniera istintiva perché ho bisogno di un input, per me è vitale. La noia, la quotidianità sono le cose che più detesto al mondo, mi generano ansia. 

Questo si riflette inevitabilmente sulla tua musica, no?
Sì, sicuramente in alcuni racconti, nei più recenti soprattutto.

Parlando di autenticità: quanto ti ritieni autentica in quello che fai in una scala da 1 a 10?
10, assolutamente.

Secondo te quanto è importante per un artista al giorno d'oggi essere veritieri?
Tantissimo. Io non temo per niente i cambiamenti a livello stilistico. Più che mantenere una linea e dare per forza una coerenza a quello che sto facendo, tendo a mantenere l'autenticità di quello che sto facendo in quel momento.

Se mi sento di fare Funky, per esempio, voglio fare Funky. Ti dico Funky, ma può essere qualsiasi altra cosa.

E sui social quanto senti di essere autentica? Che rapporto hai con i social network?
Sui social totalmente. Però non li uso così tanto, nel senso che non mi mettono completamente a mio agio, non sono una che ci sta dietro molto tempo. Li utilizzo principalmente per parlare di quello che sto facendo, per avere un contatto con le persone che mi seguono.

A questo punto però vorrei farti una domandina un po', solo un po', scomoda: sotto a uno dei tuoi post di Instagram (in cui appari con un copricapo da nativo americano, per intenderci) mi ha incuriosito un commento che riporta la definizione di "appropriazione culturale". Ho visto che non hai risposto a questa provocazione. Hai volutamente evitato il confronto? Oppure semplicemente non ti rispecchi in quella critica?
Diciamo che mi piace ascoltare e leggere i pareri delle altre persone, ma li prendo per come sono: pareri di chi, avendo ascoltato la mia musica, avendo visto il mio prodotto, ha semplicemente una reazione. 

Tra l'altro il copricapo è presente anche nell'artwork di Brillantini, che significato ha?
Ha un significato tribale, molto tribale. Brillantini è proprio un grido allo stare bene, è come voler chiamare una tribù di persone che credono in questa cosa. Il copricapo indica un po' un volersi mischiare con energie mistiche. È stata più una cosa istintiva, ma anche un lavoro di styling di Aurora Zaltieri. Non è quindi "una maschera", ma qualcosa di cui ne recupero coscientemente il significato.

«Nel video di Veleno, viaggio nell'universo finché, in un'esplosione di colore, approdo su VVLAND, il pianeta delle possibilità dove ciò che immagino prende vita».

VV

Entrando adesso nel vivo della tua musica, sbaglio o è in corso un rebranding totale a livello di immagine e a livello di musica? L'uscita di Veleno prima e un mese dopo di Brillantini mi è sembrata una sorta di distanziamento dai brani del tuo EP VERSO
È bello che lo chiami rebranding perché è proprio il termine adatto a livello tecnico. Anche questo non eccessivamente ragionato, però la chiamerei più un'evoluzione, se devo proprio dare un nome a questo passaggio.

Nella tua musica ho notato la presenza di contaminazioni psichedeliche a livello di sound, confermi?
Sì, quelle sono proprio il filo rosso di tutto fin dall'inizio, questo aspetto ipnotico, psichedelico, è la cosa che torna di più, anche nei primi lavori.

Ci racconti la storia dietro "Veleno" e "Brillantini"? Come sono nate?
Veleno è nata una mattina al pianoforte, un vero e proprio sfogo nella mia insofferenza quotidiana; mi sentivo elettrica, impaziente. Mi sono messa al pianoforte, ho acceso un suono corale, quindi c'era un'atmosfera molto spirituale. Ho proprio appoggiato questi due accordi, mi sono fatta un po' trasportare da quella che era l'armonia e ho buttato queste parole, che non avevano assolutamente una struttura. Non c'era un'idea di canzone, io al momento non pensavo nemmeno che sarebbe diventata tale. Ce l'avevo nelle memo del telefono ed era venuta fuori esattamente con la struttura che ha adesso e con le stesse idee di cambi ritmici, però non l'avevo quasi considerata.

La difficoltà sta anche nel capire poi dove c'è quella scintilla.

Successivamente, facendo ascoltare un po' di idee a Federico Nardelli, il mio produttore, lui rimase molto colpito da questo memo e mi disse «guarda che questa cosa la dobbiamo mettere pari pari com'è, non toccare nulla», infatti abbiamo tenuto delle battute, delle misure irregolari. E quindi è stata la prima canzone che poi ha dato il via a tutte le altre cose che ho scritto dopo. Per quello l'ho voluta pubblicare per prima.

Brillantini invece è nata in studio da una voglia di libertà di divertirsi. Io e Federico ci siamo messi un po' a jammare sempre dagli strumenti e da lì poi è nata la canzone.

Come ti sei trovata con Federico?
Molto bene, penso sia la mia anima gemella musicale. A livello artistico non penso di aver trovato ancora con nessun altro quel tipo di sinergia.

«Affinità elettive»
Proprio così.

Ti senti più consapevole, più "te" in questi nuovi brani?
Sì, assolutamente, mi sento molto più "me", non so dirti esattamente il perché. La mia ricerca era proprio quella di togliere delle sovrastrutture, di riuscire ad arrivare a una musica ancora più autentica, più pura, che parlasse direttamente di me, togliendo anche quelle che potevano essere le influenze di quello che ascoltavo e cercavo. Quindi, soprattutto in Veleno tutto questo è stato proprio liberatorio.

Ho visto che all'uscita di ogni tuo nuovo brano sblocchi un livello di gioco. Come mai la scelta concettuale del gaming?
È proprio legata a questa dimensione di ricerca, a questa voglia di fare un passo dopo l'altro, di costruire la mia identità, e quindi di dare forma a un'idea più distesa e ampia, che poi è quella del disco che uscirà il 29 aprile.

Dicci di più sul disco
Il disco sarà organizzato in diversi livelli. Ci sono dei gruppi di brani che portano poi all'ultimo livello, ossia le tracce finali. Ho voluto proprio creare un concept in questo senso. Ci sono degli skit, delle tracce che non hanno un nome e che segnano il passaggio da un livello all'altro.

Ieri è stato sbloccato il livello 3. Cosa ci vuoi comunicare con questo terzo singolo?
Diciamo che è un livello un po' più collettivo. Il primo livello parla senza quasi una struttura, lascia uscire le parole. Il secondo livello parla di un "io", dice "voglio stare bene", parla di me. Il terzo è un po' più collettivo, parla di un "noi". Il terzo brano è un po' la reazione a questi eventi tumultuosi, ha un aspetto molto energetico.

Quello che voglio trasmettere è la mia energia, la mia voglia di cambiare le cose anche nel mio piccolo. Credo che, se non si parte da lì, sia proprio difficile ragionare anche in modo più largo.

E infatti, si chiama Duecento e già il titolo è collettivo, rimanda alla collettività ed è un invito a radunarsi e far sentire la propria voce.

In questi tempi più che mai, no?
Infatti, l'ho scritta prima che succedessero questi "ulteriori sviluppi di follia globale" e penso che oggi più che mai possa parlare di quello che sta succedendo.

Ci salutiamo con il tuo "motto di vita"?
E voglio stare bene, sister.

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